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Il no al reddito Cinquestelle ricompatta Salvini e Meloni. Fdi: “È metadone di Stato”. Lega pentita di averlo votato

«Metadone di Stato». Il reddito di cittadinanza è una misura che narcotizza il mercato del lavoro, una droga che deresponsabilizza coloro che dovrebbe ricercare un’occupazione. Giorgia Meloni al Forum Ambrosetti di Cernobbio non usa certo la diplomazia e, dinanzi a una platea di manager e imprenditori, spacca la maggioranza senza farsi troppi scrupoli. «Non penso affatto sia una misura di sviluppo: non è mantenendo le persone nella situazione di difficoltà che si migliora la loro condizione ma è creando attorno a loro le condizioni per uscirne», ha spiegato Meloni.

La sua sortita, in realtà, è una replica allo scialbo video-intervento di Giuseppe Conte (unico leader a non presenziare di persona quasi a voler rimarcare la distanza pentastellata dai «salotto buono»). «Il reddito di cittadinanza è una misura di necessità, non solo di civiltà. Non possiamo tornare indietro, dopodiché discutiamo pure di modifiche che valgano a migliorarne ancor di più l’efficacia», aveva dichiarato. Meloni ha così costretto il successivo oratore, Matteo Salvini, a uscire allo scoperto e a recitare l’autodafé. «Il reddito di cittadinanza si è rivelato nei fatti sbagliato. Lo abbiamo votato ma riconoscere un errore è un segno di saggezza: dodici miliardi di euro spesi male, che non producono ricchezza ma assistenzialismo», ha affermato il leader della Lega aggiungendo che «avrò l’onore di proporre un emendamento a mia prima firma in legge di Bilancio per destinare alle imprese questi soldi».

Il centrodestra, dunque, è compatto nel considerare il reddito di cittadinanza una misura di superare. Paolo Zangrillo, deputato azzurro e componente della commissione Lavoro, ha messo invece l’accento sui risultati fallimentari del collocamento pubblico. «Da noi non più del 4% sono i lavoratori che trovano occupazione passando per i centri per l’impiego (a fronte del 30% in Germania), che occupano un numero di risorse inferiore alle 15mila unità, di cui solo il 15% è fornito di formazione adeguata», ha sottolineato ricordando che «esistono eccellenze anche da noi e mi riferisco a molte delle 2500 agenzie per il lavoro private disseminate sul territorio nazionale, che hanno costruito nel tempo una solida conoscenza ed un network strutturato con le imprese del territorio».

Ma la sinistra non ha intenzione di entrare nel merito. E la sparata di Meloni ha fatto scattare il riflesso pavloviano della difesa tout court del sussidio con annessa l’accusa di classismo nei confronti degli avversari politici. «Nel nostro Paese non vorrei che si aprisse, in vista delle elezioni, una campagna di odio contro i poveri. Ci sono delle cose che vanno riviste ma non facciamo passare degli stereotipi secondo i quali la povertà è frutto del carattere e della pigrizia», ha replicato, sempre a Cernobbio, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. La posizione del Pd sul reddito di cittadinanza «è quella del presidente Draghi: siamo a favore che si modifichi o si migliori», aveva detto agli imprenditori il segretario dem Enrico Letta, ormai «condannato» al ruolo di avvocato d’ufficio dei Cinque stelle. Dura anche la reazione del segretario Cgil, Maurizio Landini, che vede «odio contro i poveri e verso chi lavora e magari è povero ma paga comunque le tasse anche per chi non le paga».

La sessione di bilancio dovrà fornire delle prime risposte a queste schermaglie verbali, ma è difficile che si proceda a un taglio sostanzioso della dotazione che supera gli 8 miliardi di euro. È probabile, invece, che si miri a «privatizzare» il collocamento affidandosi alle agenzie per il lavoro e cancellando lo stop al sussidio per chi trova un impiego, seppur temporaneo.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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