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Il gioco di Dior, Maria Grazia Chiuri e lo show, fra arte e divertimento. «Lo sport rende libere»

di Paola Pollo

«Dopo due anni di pandemia tornare in presenza con il prét-a-portèr è quasi un debutto . Un periodo impattante e di riflessione sui diversi modi di comunicare»

Tirate i dadi del desiderio e giocate il gioco della moda «inventato» da Maria Grazia Chiuri per Dior. La signora che provoca sapendo di provocare invita tutti allo show con un kit ludico e poi, lei per prima, comincia il game. Che gioca alla sua maniera, spiazzando, ancora una volta con gli anni Sessanta da shake al Piper Club, i colori vitaminici, i piccoli pezzi svelti, lo sport e le lunghezze corte. «Apparentemente» distante dagli zoccoli, gli anni Settanta e il femminismo, ma non è così. In sala ci sono le caselle e le modelle: sfila la prima ragazza e si muovono le altre, in sincro. Davvero uno spettacolo nuovo. Le jeux del non-sense, il gioco del non-senso, pensato dall’artista Anna Paparatti e ritmato dalla musica de «Il quadro di Troisi» di Donato Dozzy ed Eva Geist, artisti dell’elettronica fans, entrambi, dell’attore napoletano. Una performance che è molto di più: in messaggi e riferimenti.

«Dopo due anni di pandemia tornare in presenza con il prét-a-portèr è quasi un debutto – riflette la stilista —. È stato un periodo impattante e di riflessione sui diversi modi di comunicare che via via sono stati trovati». Non si poteva passarci sopra e basta. Cancellare la consapevolezza acquisita della sfilata come performance di comunicazione. Primo step. Poi il secondo: «Vestirci anche è il nostro modo di comunicarci, di performarci nel mondo. Ecco il gioco vero e proprio, con tutte le sue contraddizioni». Anche, per esempio, nell’atto stesso di moda di Chiuri che sceglie il colore che lei praticamente non usa mai e dunque annulla con le forme, pulite, essenziali, slim. Omaggio a Marc Bohan, lo stilista che dal 1961 al 1989, diresse la maison: «È lui che ha traghettato la maison dalla couture al prét-a-portèr, rompendo una cultura radicata: un genio, poco conosciuto purtroppo». Da Bohan, Chiuri prende parecchio, compresa la silhouette slim e il corto. Di suo ci mette una bella mano di sporty (dai completi boxeur ai blouson, alle coulisse, agli accessori) con la convinzione che lo sport sia e sia stato: «Un altro mezzo contemporaneo di emancipazione delle donne perché le ha aiutate e le aiuta a stare bene con il proprio corpo. Io ho sempre fatto riferimento allo sport, sin dal mio primo show in Dior». Poi la pulizia: «Ne sentivo l’esigenza. Basta decori». «Non è sempre facile lavorare con la storia di un brand per traghettarlo nell’oggi perché corri il rischio che una giacca bar diventi la tua prigione e che tu non riesca a dialogare con le donne contemporanea».

Con questa collezione non sembra proprio che la stilista corra questo rischio: giovane, fresca, attuale, desiderabile. Mai pensato di collaborare con altri, perché sembra essere il tema del momento? «Sono contraria alle collaborazioni e non uso celeb in passerella: difendo il lavoro delle modelle, rispetto chi usa ma rivendico di essere all’antica: faccio un progetto di moda e cerco di realizzare quello che noi sogniamo. Le collaborazioni appartengono a una generazione più giovane e mi viene da paragonarle ai dj set e alla musica campionato. Da utente mi piacciono, ma io preferisco suonare con il mio team».

28 settembre 2021 (modifica il 28 settembre 2021 | 19:32)

Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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