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Il documento che inguaia il governo: la verità sul contagio nelle Rsa

Pubblichiamo un estratto da Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni, 350 pagine, 20 euro), scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini.

Sfogliando le cronache di quei primi giorni di marzo, sembra quasi che nessuno avesse messo a fuoco che per evitare migliaia di decessi si dovesse agire con maggiore incisività nelle strutture per anziani. Se alle persone in strada si chiedeva di ridurre i contatti, forse sarebbe stato necessario vietare sin da subito le visite dei parenti nelle Rsa. Se negli ospedali si invitavano medici e infermieri a indossare le mascherine davanti a casi sospetti, forse sarebbe stato utile imporre l’uso del Dpi anche nei corridoi delle Rsa. E invece non è andata così.

La prima «rigorosa limitazione» all’accesso di visitatori nelle case di riposo viene inserita solo nel Dpcm del 1° marzo ed è riferita esclusivamente ad alcune regioni. L’indicazione generalizzata alle residenze di tutta Italia di limitare «l’accesso di parenti e visitatori» arriverà solo con il Dpcm del 4 marzo. Per quasi due settimane, dunque, i parenti continuano a fare avanti e indietro nelle strutture, rischiando di portare con loro il contagio. Non sarebbe stato meglio agire subito in tutto il Paese? Senza contare che il primo rapporto dell’Iss dedicato alla prevenzione e al controllo dell’infezione nelle Rsa arriverà addirittura il 16 marzo, due mesi dopo la dichiarazione dello stato di emergenza. Non si poteva predisporre prima?

Le indicazioni dell’Iss meritano di essere citate non solo per la tempistica ma anche per il contenuto. Queste suggeriscono troppo genericamente di indossare «dispositivi di protezione individuale appropriati» in «relazione alla valutazione del rischio». Non si parla mai di indossare i Dpi per «prevenire» l’ingresso del morbo. Anzi. Anche per i pazienti le mascherine vengono suggerite solo «in presenza di sintomi di infezione respiratoria acuta». Il documento dell’Iss verrà rivisto il 17 aprile in una versione aggiornata e molto, molto più dettagliata. Perché non farla subito così? Quando ormai la strage nelle Rsa è il tema centrale del dibattito politico, infatti, l’Istituto rende più dure le indicazioni rivolte alle strutture sanitarie. Tra le regole non inserite nella prima versione viene per esempio scritto di «evitare per quanto possibile l’invio di residenti in ospedale per visite specialistiche ed esami strumentali» e viene chiesto a fornitori, manutentori e altri operatori di indossare la mascherina chirurgica. Peccato fosse ormai troppo tardi.

«Le prime indicazioni ci dicevano che la mascherina non andava messa», racconta un operatore sanitario di una Rsa emiliana. Nel primo rapporto indirizzato agli operatori sanitari (14 marzo) viene infatti spiegato che, vista la scarsa disponibilità di Dpi, è bene «ottimizzare il loro utilizzo» per «garantirne la maggiore disponibilità possibile agli operatori maggiormente esposti al rischio di contagio». Tradotto: ridurre al minimo l’uso delle mascherine se non si è impegnati a trattare un contagiato. Nelle aree di transito di un ospedale, in assenza di pazienti Covid, l’uso dei Dpi viene, quindi, ritenuto «non necessario».

Il rapporto verrà rivisto il 28 marzo. «In alcuni ambiti assistenziali sanitari – viene aggiunto – si valuti la possibilità di uso della mascherina chirurgica come presidio da utilizzare all’interno dell’ospedale tout court per tutti i sanitari». L’esempio calza a pennello per le Rsa. La domanda è: perché non suggerirlo sin da subito e scriverlo nelle istruzioni dedicate agli operatori delle strutture per anziani?

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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