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I Mondiali di ciclismo del 2025 in Ruanda: tutti i legami tra lo sport e il Paese risorto

Dalla sponsorizzazione di Arsenal e Psg, fino alla Sharapova e David Luiz. È la prima volta che la rassegna iridata arriva in Africa

Massimo Oriani

Impossibile trovare una cartaccia per terra. O una cicca di sigaretta. Singapore? No. Lugano? Ma va! È Kigali, capitale del Ruanda, il Paese che ospiterà i Mondiali di ciclismo del 2025. La prima edizione della storia a svolgersi in Africa.

I conti col passato

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Per il Ruanda non è stato facile levarsi di dosso l’etichetta di “Paese del genocidio”, dimenticato in fretta dall’Occidente come tutti i drammi lontani che ci toccano solo sino a quando non diventano obsoleti per il ciclo delle news che passano oltre (la fine che sta facendo il dramma afghano). Ma rinfrescato da Hollywood con il celebre “Hotel Rwanda”, film con Don Cheadle che celebrava Paul Rusesabagina come l’eroe che salvò centinaia di tutsi dai machete degli hutu. La realtà poi ha raccontato una storia diversa, al punto che lo stesso Rusesabagina è stato condannato nei giorni scorsi a 25 anni di carcere per terrorismo, avendo finanziato dall’estero attacchi contro l’attuale governo di Paul Kagame, il liberatore del Ruanda, il generale poi diventato presidente che mise fine al genocidio mentre l’Onu aveva ritirato i Caschi Blu dopo l’esecuzione di 10 soldati nei giorni più bui di quel maledetto aprile 1994.

Gli intrecci con lo sport

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Il Mondiale di ciclismo 2025 in Ruanda è solo l’ultimo capitolo della rinascita di una nazione capace di risorgere in poco più di un quarto di secolo – un batter di ciglia in termini storici – dal punto più basso in cui possa cadere un Paese. Sotto la guida, per nulla tenera e sicuramente borderline dittatoriale di Kagame (è stato lui a dare l’annuncio dell’evento, ancora prima dell’Uci), il Ruanda è ormai diventato un modello per tutta l’Africa subsahariana. E i legami con lo sport sono molteplici. Dalla sponsorizzazione dell’Arsenal, di cui peraltro lo stesso Kagame è accesissimo supporter (pesanti le critiche che ha rivolto ai Gunners su Twitter dopo il disastroso avvio di stagione), e del Psg, alle visite pubblicizzate di Maria Sharapova e David Luiz, all’organizzazione del più prestigioso Tour ciclistico continentale, ormai giunto alla 24° edizione e che nel 2019 ha visto la partecipazione per la prima volta di una squadra World Tour, l’Astana, mentre l’anno scorso è stata la volta della Israel Start-up nation, che è poi tornata quest’anno, le iniziative per rilanciare l’immagine del Ruanda sono molteplici. Al Tour quest’anno ha preso parte anche l’Androni Giocattoli Sidermec. E il ciclismo è di gran lunga lo sport nazionale. Il Ruanda non a caso è chiamato il Paese delle mille colline, ideale quindi per le corse con i suoi continui saliscendi. E la sua nazionale non è per nulla da sottovalutare. Sono lontani i tempi (a dire il vero solo 6 anni fa…) quando faceva notizia per aver visto per la prima volta la neve, come accadde a La Sal Mountain Loop, nello Utah, dove si stava allenando.

Contrasti

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Kigali è una capitale modello. I bus cittadini offrono wifi gratuito ai passeggeri, si punta a una rapida transizione all’energia solare, i pagamenti per i mototaxi da qualche mese devono essere rigorosamente digitali, l’intero territorio sta per essere cablato, dall’anno scorso è stata creata un’accademia per il “coding”, la programmazione informatica. Tutte cose impensabili nel resto dell’Africa nera. E l’ultimo sabato di ogni mese tutta la popolazione, presidente e first lady compresi, si dedicano alla pulizia delle strade, in quella tradizione chiamata Umuganda, che tradotto dal Kinyarwanda significa “trovarsi insieme per un obiettivo comune”. È un modo originale per riavvicinare due etnie che in quei 100 giorni di follia divennero più che nemiche. Giorni in cui “Radio Milles Collines” incitava gli hutu a sterminare “gli scarafaggi” e l’esercito armava di machete l’Interhamwe, i miliziani hutu che altri non erano che vicini di casa, amici d’infanzia, maestri e pure sacerdoti (proprio nelle chiese sono avvenuti i massacri più efferati, dato che molti tutsi vi si erano rifugiati convinti di essere al sicuro), diventati spietati killer in nome della supremazia della razza in quella follia collettiva che travolse la nazione. Un milione di morti in poco più di 3 mesi, abbandonati dall’Ovest, traditi soprattutto dalla Francia di Mitterand che armò l’esercito a guida hutu di Juvénal Habyarimana contro il Fronte Patriottico Ruandese di Kagame. E sempre l’Europa, in questo caso il Belgio, è colpevole del peccato originale, aver diviso la popolazione in hutu e tutsi con tanto di etnia stampata sulla carta d’identità in nome del dividi et impera coloniale. D’altronde pure Re Leopoldo II ha sulla coscienza il suo bel milione di morti, un popolo sterminato in quello che era diventato il suo regno personale, il Congo Belga. Uomini e bambini ammazzati senza pietà o mutilati per non aver raccolto a fine giornata la quantità prescritta di resina, che si ricavava incidendo la corteccia degli alberi della gomma. “L’orrore. L’orrore”. Sono le ultime parole di Kurtz, uno dei grandi personaggi letterari del Novecento uscito dalla penna di Joseph Conrad nel libro “Cuore di tenebra”, pronunciate a fronte di quei massacri.

Convivenza

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In Ruanda era stata l’uccisione del presidente Habyarimana a dare il via alla mattanza. Il suo aereo venne abbattuto il 6 aprile 1994 da un razzo sparato dai suoi stessi militari che poi diedero la colpa ai tutsi e usarono la morte del presidente come scusa per attaccare i rivali. Come rimettere insieme un Paese dove, salvo rare eccezioni, la stragrande maggioranza della popolazione era stata vittima o perpetratore? La giustizia ordinaria non avrebbe mai potuto celebrare quelli che sarebbero stati migliaia di processi. In buona parte dei casi si ricorse quindi alla Gacaca, sistema derivante dalla giustizia provvisoria dei villaggi in tempi di crisi, tribunali che si basano sul principio dell’affidamento parziale del giudizio nelle mani delle vittime. Oggi, almeno all’apparenza, indubbiamente un filo forzata, tutsi e hutu convivono pacificamente. I sopravvissuti hanno accettato di vivere porta a porta con chi magari gli ha sterminato la famiglia. Per andare avanti. Per il Ruanda. Se potessimo leggere nel profondo del cuore dei tutsi, probabilmente troveremmo in un angolino quell’odio riposto e chiuso in un cassetto. Impossibile aver cancellato tutto l’orrore con un semplice decreto: “Da oggi andrete d’accordo, sarete fratelli e sorelle”. D’altronde serviva il bastone, il pugno di ferro. O non se ne sarebbe mai usciti.

Il futuro

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Oggi il 60% della popolazione del Ruanda ha meno di 24 anni, il 32% è nella fascia 25-54 anni. D’altronde quando ammazzi un milione di persone difficile trovare molti anziani in circolazione… La meglio gioventù ruandese crede nel futuro. Crede in un Paese dove lo sport resta componente fondamentale per il progresso. A Kigali è stato costruito uno splendido palazzo dello sport che recentemente ha ospitato i campionati continentali di pallavolo. Ma soprattutto la neonata Bal, Basketball. African League, voluta da Nba e Fiba, un campionato a dodici squadre, ognuna delle quali si è qualificata attraverso il proprio campionato nazionale, sponsorizzata tra gli altri da Nike, Pepsi e Jordan Brand. La politica di sviluppo include tra i suoi obiettivi la promozione dell’uso dello sport come forte strada per lo sviluppo e la costruzione della pace e il governo si è impegnato a promuovere l’uso dello sport per una serie di altri obiettivi di sviluppo, tra cui formazione scolastica.

Ora le bici

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Non solo gorilla quindi. Chi non ha visto il capolavoro “Gorilla nella Nebbia” con Sigourney Weaver nel ruolo di Diane Fossey, rimedi in fretta. I primati di montagna restano una delle principali fonti di guadagno del Ruanda. Per il privilegiato accesso al Volcanoes National Park, dove ranger specializzati accompagnano i turisti in un trekking alla ricerca delle varie famiglie di gorilla, esperienza indimenticabile per chi l’ha vissuta, si devono sborsare 1400 euro. Un modo anche per limitare gli ingressi e salvaguardare l’habitat naturale degli animali. Tra 4 anni il mondo, non solo quello delle due ruote, scoprirà questo paradiso dell’Africa nera. Il miracolo continua.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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