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Gp del Belgio, crisi Ferrari: gli effetti dell’inchiesta sui motori 2019, gli assetti sbagliati. Le ragioni…

La rappresentazione dell’immobilismo nello sport più veloce del mondo. Trecento chilometri attorno ai boschi senza spostarsi di un millimetro, scambiandosi solo le posizioni. Come il gioco delle sedie alle feste dei bambini: in fondo alla sala ci sono i grandi, lasciamoli stare. Lewis Hamilton di nuovo senza rivali, scortato dal tenero Bottas davanti al bulletto Verstappen. Seb tredicesimo, Charles quattordicesimo: zero punti in due, e senza autoscontro. Eppure i ferraristi di oggi e di domani avevano dato involontariamente una mano: Carlos Sainz, l’erede di Vettel, nemmeno è partito, la riserva Antonio Giovinazzi ha spinto troppo e ha messo fuorigioco anche George Russell.

Ma niente, il Cavallino a Spa era legato a un palo immaginario, proprio non voleva avanzare. È stata la corsa più triste della storia recente di Maranello, un’agonia. Roba da rivalutare il deprimente 2014, la stagione delle zero vittorie. Dei tre team principal e dei due presidenti. Lo dicono i numeri: dopo 7 Gp quella squadra, non meno imbarazzante, aveva fatto 87 punti. Questa appena 61.

Basterebbero questi numeri per chiudere ora il ciclo di Mattia Binotto. Solo che un cambio in corsa, l’ennesimo, rischierebbe persino di peggiorare la situazione. Con i regolamenti congelati lo stesso team principal ammette che fino all’anno prossimo «sul motore non si può fare nulla. Che bisogna concentrarsi sul 2021 e sulla stagione successiva». Quella della svolta tecnica, dell’atteso rilancio. Ma intanto il presente è sfuggito di mano, Binotto non vuole parlare di «crisi» (che c’è già dalla prima gara di questo terribile 2020) ma di «tempesta». «Stringiamo i denti, conosciamo la rotta e cerchiamo di mantenerla continuando a guardare al futuro». Serve uno sforzo d’immaginazione oltre ogni limite, perché il viaggio procede su un crinale pericoloso. Monza, Mugello le prossime tappe: i luoghi di casa, da spezzare il cuore con una Rossa così. E il credito di fiducia non è illimitato.

A Spa si è consumato un fallimento tecnico totale, solo i piloti sono esenti da colpe. Leclerc è distrutto, dodici mesi fa aveva vinto in Belgio. Adesso implora: «Dobbiamo fare qualcosa, non superavamo nemmeno con il Drs aperto». Ecco, prima era Hamilton con l’ala mobile spalancata a non riuscire a passare il monegasco.

Il mondo è stravolto da allora, e anche il motore della Ferrari: il conto dell’inchiesta della Fia, conclusa con un accordo segreto, è arrivato salatissimo su un tracciato sensibile ai cavalli. Con la chiusura di quelle aree grigie, l’intero progetto 2020 è collassato. Se la potenza prima era in grado di mascherare le lacune aerodinamiche — un corpo vettura che genera resistenza all’avanzamento — in questo fine settimana sul circuito più lungo del Mondiale i difetti sono stati amplificati da errori di confusione. Sarà anche «un gruppo unito», come sostiene Binotto, ma la pressione ormai gioca brutti scherzi. La prova è nel sorpasso di Kimi Raikkonen sull’ex compagno Vettel: l’Alfa monta la stessa power unit sgonfia, ma ha lavorato meglio sugli assetti. Nell’altro box invece, nel tentativo di recuperare qualche decimo con soluzioni estreme, hanno completamente sbagliato la direzione. Finendo per farsi sverniciare da Renault, McLaren, AlphaTauri. Una mattanza, anche a livello d’immagine.

Tornano a galla sospetti e veleni, quando non spara Toto Wolff c’è Christian Horner della Red Bull. «La vicenda dei motori Ferrari 2019 ci ha lasciato un retrogusto amaro. Basta vedere le loro prestazioni di adesso per trarre le conclusioni. Certamente l’anno scorso avremmo potuto vincere di più se avessero gareggiato con questo motore». Che ci accompagnerà ancora per lungo tempo, purtroppo per i tifosi.

30 agosto 2020 (modifica il 30 agosto 2020 | 23:05)

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Fonte: corriere.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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