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Governo Draghi: silenzi, dribbling e spostamenti, il metodo che sorpreso tutti

«Scusa, ma stai guardando La7? Io ministra? L’ha appena detto Alessandra Sardoni, durante lo speciale di Mentana. Puoi mandare qualche sms per capire che sta succedendo? Non mi ha mai chiamata nessuno». La rappresentazione plastica di quel «modello Draghi» applicato alla politica — quel cocktail che vien fuori da un miscelatore in cui negli ultimi dieci giorni sono finiti tanti silenzi, poche parole, qualche «vediamo», molti depistaggi e un’infinità di dribbling ubriacanti fatti senza mai neanche muovere un piede — vien fuori poco prima delle 7 di ieri sera. La macchina con il presidente del Consiglio incaricato a bordo sta arrivando al Quirinale, Mara Carfagna sta guardando la tv e trasecola. Compone il numero del suo portavoce per dirgli che nessuno le ha fatto sapere niente. Il tempo di chiudere la telefonata e un’altra telefonata, quella con la t maiuscola, irrompe sul suo cellulare. «Sono Mario Draghi». «Ah, allora era vero».

Il «Where is Mario?» che l’ha reso tremendamente indimenticabile per tutti i giornalisti che lo seguivano ai tempi della Bce — la traduzione italiana, «Dov’è Mario?», è stata il titolo di una serie tv di Corrado Guzzanti — sbanca il jackpot alla prova del Palazzo nostrano. Ministrabili d’ogni ordine e grado, titolati e non, capicorrente e sotto, che di solito fanno salire la densità di Montecitorio nei giorni che precedono la formazione di un governo, non sanno che pesci prendere, né dove appostarsi, né a chi telefonare.Il governo più misterioso della storia repubblicana, quantomeno nelle premesse, è figlio anche del sortilegio con cui Draghi disegna sulla cartina geografica un poligono che ha un numero imprecisato di angoli: una sala di Montecitorio, un ufficio a Palazzo Koch, la casa di Roma, forse il comando generale dei Carabinieri, la residenza di Città della Pieve. L’unico filo conduttore di una crisi senza luoghi esatti e senza personaggi certi che non fossero i due protagonisti — Draghi e Mattarella — sembra quella «mossa Kansas City» resa celebre da un film americano con Bruce Willis che si intitolava Slevin: «Loro guardano a destra e tu vai a sinistra». Tutto tremendamente semplice per chi regge il gioco, tutto tremendamente complicato per chi è costretto a inseguirlo.

Negli ultimi quindici giorni, in fondo, Draghi si è mosso su due binari apparentemente in conflitto: dentro o fuori, tecnico o politico, nel Palazzo e distante dal Palazzo, l’«o noi o la Lega» del Pd, l’«o noi o Berlusconi» del M5S, lo «scelga tra noi e Grillo» di Salvini, come se due opposti potessero allinearsi solo in una configurazione astrale impossibile, con tanto di pianeti che si sono allineati soltanto ieri sera mentre leggeva la lista: dentro e fuori, tecnico e politico, Palazzo e distante dal Palazzo, Pd e Lega, M5S e Berlusconi, Salvini e Grillo, congiunzioni dove c’erano avversative, la «e» dove c’era la «o». Raccontano che più di un ministrabile, disperato per assenza di interlocutori nei partiti, che a loro volta non sapevano nulla, abbia provato negli ultimi giorni ad appostarsi fuori Montecitorio, per vederlo uscire. «Niente, se n’è annato», si sono sentiti rispondere a un certo punto da accenti romani, un po’ come quando mezzo secolo fa la voce dall’altoparlante, a concerto ancora in corso, avvertiva i fan di Presley che «Elvis left the building», la star ha già lasciato il palazzo, inutile che v’accalcate. Per la ressa ci sarà tempo, chissà, da oggi.

13 febbraio 2021 (modifica il 13 febbraio 2021 | 00:56)

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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