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Gli sport a squadre miste educano i bambini al rispetto

I punti chiave

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All’uscita dal campetto una ragazzina con i codini e una con la zazzera si passano il pallone camminando verso lo spogliatoio. Di corsa un compagno ruba palla e tutti e tre iniziano a dribblarsi. Storie di ordinaria quotidianità in molte scuole calcio in Italia, così come nelle squadre di basket, di rugby, di pallanuoto. Le squadre miste, che sono ormai una realtà per volontà delle federazioni internazionali che da anni lavorano in questa direzione, secondo molti studi consentono di sviluppare soft skill “incrociate”: si sviluppa una maggiore comprensione delle dinamiche dell’altro sesso, si impara a collaborare per un obiettivo con persone diverse, si smussano gli aspetti negativi delle squadre monogenere come l’aggressività per gli uomini e il “farne un fatto personale” per le donne.

Fare squadra

Non va poi trascurato l’aspetto sociale e culturale. «Come vengo educato se gioco con le bambine? Che visione della donna avrò da grande?» si era chiesta in modo retorico Milena Bertolini, ct della Nazionale italiana di calcio femminile, in un’intervista parlando delle squadre miste. Gli sport definiti co-ed (diminutivo inglese per coeducational) esercitano proprio la cooperazione con i propri coetanei in un contesto competitivo, creando momenti di gioco comuni in cui si sperimenta l’equità di genere basata sul rispetto, sul supporto, sull’incoraggiamento, sulla condivisione di una passione e di un obiettivo. Diversi studi dimostrano come nelle partite a squadre miste il fair play, ad esempio, sia più alto: meno falli, meno trash talk e minor rischi di scontri fisici fra giocatori. Come se far giocare insieme uomini e donne cambi in modo naturale le regole di comportamento.

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Un tema riconosciuto anche a livello politico, tanto che in ottobre il Parlamento europeo ha approvato il report preparato dalla portoghese Edite Estrela dal titolo «The fight for a level playing field – ending discrimination against women in the world of sport». Il rapporto invita gli stati membri del Consiglio d’Europa ad agire su temi quali violenza di genere, sessismo, discriminazione di genere e disuguaglianze salariali e a lavorare insieme per garantire pari opportunità alle donne nel partecipare alle attività sportive. Il documento sottolinea che la cooperazione tra il mondo dello sport e i rappresentanti politici è fondamentale per garantire che lo sport funga da vero veicolo di cambiamento.

Dentro e fuori dal campo, lo sport fornisce l’ambiente e le opportunità per definire e rafforzare standard comunitari positivi relativi al rispetto e all’uguaglianza. Allo stesso tempo lo sport può sfidare norme, pratiche e stereotipi per favorire il cambiamento culturale. Proprio per questo i contesti sportivi hanno un grande potenziale per influenzare il cambiamento sociale e prevenire la violenza contro le donne creando ambienti inclusivi, equi, sani e sicuri per tutti.

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La formazione degli allenatori

Per lavorare in questa direzione, però, diventa indispensabile la formazione di chi con bambini e ragazzi lavora ogni giorno sui campi sportivi. Troppo spesso, infatti, le cronache ci hanno riportato di situazioni di vessazione, violenza psicologica se non quando anche fisica da parte degli adulti che hanno a che fare con le giovani leve. È necessario investire nella formazione delle figure professionali all’interno delle società sportive, perché siano preparati, formati e consapevoli del proprio ruolo». Sempre Bertolini sottolineava che: «Lo sport è fondamentale nella crescita personale, gli investimenti fatti in questa direzione hanno dei ritorni in termini di uomini e donne che faranno parte della società civile».

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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