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Gaza, caccia agli aiuti nella Striscia distrutta

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GAZA – La strada sterrata taglia attraverso i campi verso Est e verso la torretta di guardia dall’altra parte della barriera. I fichi d’India fanno da guardrail spinoso, la pianta è un simbolo sia per i palestinesi che per gli israeliani (sabra in ebraico è il soprannome dei primi pionieri), entrambi ne ammirano la determinazione graffiante. Oltre ai paramilitari in mimetica chiara è vietato andare, attorno a loro siedono all’ombra altri gruppi di uomini che la mimetica l’hanno lasciata a casa. Passano qui tutta la giornata, ci sono già stati venerdì dalle prime ore della tregua fino al tramonto, guardano le scavatrici poco lontano, aspettano di vedere se dalla sabbia emerga un corpo, là sotto ci sono i loro commilitoni.

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«Non rispondo». Nessuno tra i miliziani parla ma a Khan Younis tutti sanno che al giorno 4 della guerra alcuni di loro sono scesi nel sistema di gallerie per rifornirle di cibo e acqua, mentre i comandanti delle Brigate Ezzedin Al Qassam credevano che gli israeliani stessero per invadere la Striscia. Era uno stratagemma e, sepolta nei tunnel bombardati dall’aviazione, è rimasta quella avanguardia. Quanti siano — per ora sono stati recuperati una ventina di cadaveri — potrebbe fare la differenza per il governo israeliano che fino all’ultimo ha perseguito un’immagine di vittoria.


Forse è troppo tardi. Mohammed Deif — il capo militare di Hamas, nato proprio a Khan Younis — è già il più celebrato tra i leader fondamentalisti, il buio della clandestinità in cui vive da 30 anni ha contribuito a illuminarne la leggenda anche tra i palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Tutto a sfavore del rispetto portato al presidente Abu Mazen, che sta al potere da 16 anni: ieri avrebbero dovuto tenersi — il raìs le ha annunciate e cancellate — le prime elezioni parlamentari dal 2006, allora le aveva vinte Hamas che un anno dopo ha tolto con un golpe il controllo della Striscia all’Autorità di Ramallah.

Così la partita per i cuori e le menti — come la chiamava il generale americano Stanley McChrystal in Afghanistan — passa attraverso il portafoglio dei donatori e su chi debba averne accesso. Joe Biden dalla Casa Bianca ripete che qualunque finanziamento per la ricostruzione di Gaza verrà versato al governo di Abu Mazen. «Il problema è che non c’è trasparenza — spiega Omar Shaban, fondatore dell’organizzazione indipendente PalThink — e i Paesi esitano a versare all’Autorità palestinese le cifre promesse perché temono vadano disperse. E’ già successo con la conferenza dei donatori dopo la guerra nell’estate del 2014».

Il Qatar ha deciso di aprirsi la sua rappresentanza — un cubo di marmo bianco sul lungomare della Striscia — e le centinaia di milioni di dollari trasportate nelle valigie dall’ambasciatore sono state distribuite ad Hamas. Con il beneplacito del governo di Benjamin Netanyahu. «In questo modo gli israeliani hanno di fatto permesso agli integralisti di rafforzarsi — continua Shaban —. Io propongo di creare un fondo speciale, con un consiglio di garanzia, che stabilisca le priorità e supervisioni l’uso degli aiuti». Il piccolo emirato del Golfo, in cerca di grandezza diplomatica, fa consegne in contanti e diventa impossibile verificare come siano utilizzati. Seicento famiglie ancora aspettano di ricevere i contributi per ricostruire le case distrutte nei quasi due mesi di conflitto tra luglio e agosto di sette anni fa.

Abdelhadi Musallam deve ancora restituire i soldi chiesti allora ad amici e parenti. Per rendere di nuovo abitabile la palazzina di famiglia nel campo rifugiati di Bureij aveva bisogno di 8 mila dollari, nella Striscia oltre la metà dei due milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà estrema, fissata dai burocrati della disperazione a 1.90 dollari al giorno. I funzionari locali delle Nazioni Unite gli hanno detto di anticipare la cifra, gli sarebbe stata rimborsata appena il suo nome fosse salito nella lista. «Sto ancora aspettando. Intanto è successo questo», dice mentre impasta il cemento e ripara gli squarci sul tetto. La casa accanto è stata bersagliata la settimana scorsa, appartiene a un comandante di Hamas, i blocchi di cemento e metallo sono volati dall’altra parte del vicolo, hanno devastato anche le stanze di Abdelhadi. L’Onu calcola che in questi 11 giorni di conflitto — i palestinesi uccisi dai bombardamenti sono quasi 250, 13 gli israeliani ammazzati dai razzi lanciati dai fondamentalisti — le abitazioni distrutte siano 2 mila, quelle danneggiate 17 mila.

22 maggio 2021 (modifica il 22 maggio 2021 | 22:44)

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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