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Ex Ilva, stop a 145 ditte dell’indotto di Taranto. “Per l’occupazione è una mazzata”

L’ultimo azzardo di Lucia Morselli si consuma in un anonimo week end di metà novembre. Con una comunicazione stentorea, asciutta e distaccata, l’amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, la società partecipata da ArcelorMittal e la statale Invitalia, ha messo alla porta 145 aziende che lavorano in appalto all’interno dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Con un preavviso minimo: entro lunedì 14 dovranno recuperare tutti i loro mezzi all’interno dell’acciaieria, altrimenti non avranno più accesso al siderurgico più grande d’Europa. Dopo mesi in cui la Confindustria locale ha denunciato i ritardi nei pagamenti, con arretrati superiori ai 100 milioni di euro che nelle scorse settimane sono stati solo parzialmente saldati, adesso la manager, già famosa per la battaglia con gli operai di Terni, preme sull’acceleratore.

Il “richiamo” al governo – E parla a nuora perché suocera intenda: dietro la manovra comunicata ai sindacati nelle scorse ore, è facile leggere un richiamo al governo affinché arrivi a destinazione il miliardo di euro stanziato dall’esecutivo Draghi attraverso il decreto Aiuti per sostenere l’attività dell’ex Ilva, oltre a una lotta intestina in corso da settimane tra le vari ‘anime’ coinvolte nel recupero ambientale e industriale dell’impianto. Acciaierie d’Italia, non è un mistero, è strozzata da una crisi di liquidità e decine di creditori che bussano alla porta per forniture di ogni tipo, comprese l’acqua e le bollette del gas, che da sole valgono circa 300 milioni di euro di debiti e hanno portato al mancato rinnovo del contratto con Eni. Così da lunedì, apprende Ilfattoquotidiano.it, viene bloccata ogni attività in appalto all’interno del siderurgico che non riguardi la progressione del Piano ambientale o che non sia collegata all’impianto in marcia.

A casa restano almeno in mille – Ad esempio, il laminatoio a freddo, fermo in questo momento, era sottoposto ad attività di manutenzione: sarà bloccata e rinviata a data da destinarsi. Lo stop, secondo i primi calcoli delle fonti consultate, riguarderà almeno un migliaio di lavoratori sui circa 2.500 dipendenti delle ditte che lavorano per Acciaierie d’Italia. “La ricaduta occupazionale sarà massiccia”, avvisano i sindacati. Nella lettera inviata alle 145 aziende, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, si parla di “sopraggiunte” e “superiori circostanze” che “inducono a comunicarvi, con particolare rammarico, la necessità di sospendere le attività oggetto degli ordini nella rispettiva interezza”. Quindi il sollecito affinché vengano liberati i cantieri “entro lunedì 14 novembre”, precisando “che, decorso tale termine, sarà inibito ogni accesso in stabilimento”. Nessuna indicazione su quando potranno ricominciare a operare nell’ex Ilva. Così il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si rivolge alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni chiedendole di “cacciare a pedate” ArcelorMittal e paragona il comportamento dei manager “alla stregua di una permanente estorsione di Stato”.

Lo strappo dopo le rassicurazioni – Eppure neanche quaranta giorni fa, i vertici di Acciaierie d’Italia, pur ammettendo le difficoltà del momento e il rischio di dover ridurre la capacità produttiva, avevano assicurato che nulla avrebbe potuto “compromettere il futuro” dello stabilimento. Un messaggio ribadito anche ora da fonti vicine al dossier che rassicurano: “Tutti gli investimenti industriali e ambientali sono confermati”. Anche per questo lo strappo di Morselli va letto su più livelli. Lunedì, come fanno notare Fiom Cgil e Fim Cisl, è in programma un incontro tra i rappresentanti sindacali e i parlamentari ionici per porre all’attenzione degli eletti una serie di rivendicazioni dei lavoratori. E la mossa di Acciaierie d’Italia finisce per mettere sul tavolo un altro argomento, “comodo” per l’azienda e non per i sindacati. Una coincidenza definita “davvero singolare” dal segretario nazionale Fim Cisl, Valerio D’Alò, e dal segretario generale aggiunto di Taranto-Brindisi, Biagio Prisciano. Mentre Gianni Venturi e Giuseppe Romano della Fiom sottolineano le “solite modalità arroganti” della multinazionale e parlano di “ennesima provocazione” dei manager che usano i “lavoratori come grimaldello nei confronti dei governi esclusivamente per battere cassa”.

Quel rapporto conflittuale con Ilva in As – Non solo. Perché da tempo rimbalzano voci di un rapporto conflittuale tra i commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria, ancora proprietaria degli impianti, e i manager di Acciaierie d’Italia, al momento solo affittuaria. E la tensione sarebbe ulteriormente salita dopo la decisione del Tribunale di Milano che a settembre ha inviato le carte alla Corte di giustizia europea affinché si pronunci su una class action di cittadini sul differimento dei tempi dell’Autorizzazione integrata ambientale, prorogata al 2023 in attesa dell’adeguamento delle attività industriali. Nelle settimane successive, una girandola di riunioni ministeriali – con i commissari prima e l’amministratrice delegata poi – avrebbero finito per esacerbare gli animi con un rimpallo di responsabilità sullo stato di avanzamento del piano ambientale e sulla ripresa industriale, due aspetti strettamente collegati. In questa partita a scacchi, mentre la produzione per quanto in aumento resti al di sotto degli obiettivi, Acciaierie d’Italia muove le sue pedine. Del resto il presidente Franco Bernabé era stato chiarissimo, lo scorso 5 ottobre, quando aveva sottolineato come i soldi stanziati con il decreto Aiuti “non li abbiamo ancora visti” e aveva poi ricordato lo “sforzo importante” fatto, a suo avviso, per “mantenere una azienda che è stata abbandonata per 7 anni, gestita da due commercialisti e un avvocato”.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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