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Emanuela Orlandi e il giallo di Alessia Rosati, scomparsa nel 1994. La grafologa: «La lettera non fu scritta…

di Fabrizio Peronaci

La giovane di Montesacro sparì nel luglio 1994. La grafia porta a escludere la costrizione fisica, ma evidenzia forte «ansia». Un’amica accusata di falsa testimonianza

Quel taglio delle «t» così lungo e netto? Indice di aggressività, ma anche fragilità. Il margine sinistro crescente? Bisogno di evasione. E la tendenza a scrivere fino al margine destro, quasi a voler «sconfinare» con la penna oltre il foglio? Desiderio di indipendenza, di bruciare le tappe. L’assenza di segni di incertezza o tremori, inoltre, porta a escludere uno stato di costrizione…

La grafologia giunge in soccorso di uno dei tanti cold case
romani in attesa di soluzione: quello sulla scomparsa della 21enne Alessia Rosati, abitante a Montesacro, mai più ritrovata dopo che uscì di casa in via Val di Non il 23 luglio 1994, dicendo ai genitori che andava ad assistere agli esami di maturità di Claudia, un’amica. L’inchiesta è stata riaperta nel 2019 dalla Procura di Roma (pm Alessia Miele), dopo che erano emersi collegamenti con il caso di Emanuela Orlandi in seguito ad alcune dichiarazione del superteste indagato, Marco Accetti (qui la ricostruzione completa). E oggi emergono due novità. La prima è un retroscena: la stessa amica durante le prime indagini fu accusata di dichiarazioni mendaci rese a pubblico ufficiale, in quanto non riferì di aver accompagnato a casa Alessia quella stessa mattina, prima di sparire, per pochi minuti, quasi certamente per prendere qualcosa in vista della fuga. Alcuni vicini videro le ragazze insieme, smentendo Claudia. La seconda novità è rappresentata dagli spunti psicologici e comportamentali forniti da una approfondita consulenza grafologica sulla lettera d’addio della giovane studentessa di Lettere. Quale lo stato d’animo di Alessia al momento di scriverla?

È stata Monica Manzini, grafologa giudiziaria del tribunale di Roma, a realizzare un’analisi minuziosa (trasposta in un libro romanzato, «Le ali della verità», di recente pubblicazione), dell’unico vero elemento a forte valenza probatoria in possesso degli inquirenti impegnati nel caso Rosati: la lettera che Alessia inviò all’amica Claudia (forse in seguito a un accordo tra loro) era di certo autentica e verosimilmente fu imbucata nell’imminenza della scomparsa (arrivò a Claudia il 26 luglio). Nella missiva la ragazza annunciava la sua decisione di partire improvvisamente, con «un ragazzo che è stato molto importante per me», per andarsene «x l’Europa
» senza sapere «quando tornerò».

Finora i genitori Antonio e Anna Rosati (lui all’epoca vigile urbano, lei operaia alla Regione Lazio) avevano pensato che si fosse trattato di una sorta di Sos scritto sotto costrizione, in quanto il testo conteneva un riferimento temporale errato che solo loro avrebbero compreso: Alessia collocava nel lunedì successivo la partenza per il «paese di m…» (in Umbria) dove sarebbe dovuta andare in villeggiatura con la famiglia, quando il giorno esatto era il sabato (giorni in cui sparì). I rapitori o chi per loro l’avevano obbligata a «depistare» e insieme tranquillizzare tutti scrivendo del viaggio in Europa e lei, per mandare un disperato messaggio in bottiglia, aveva inserito un dettaglio palesemente errato che avrebbe posto in allerta la famiglia? Un’ipotesi verosimile, che però adesso vacilla.

Secondo il lavoro di Monica Manzini (che si è occupata tra le altre cose dello scontrino-gate del sindaco Marino, analizzando le ricevute dei ristoranti frequentati dall’ex sindaco di Roma) non esiste infatti «nessun elemento oggettivo che avvalori l’allontanamento volontario oppure il fatto che la lettera sia stata scritta sotto
minaccia». Mancano infatti i classici «segni di terrore/paura» come «tremori, stentatezza o angolosità improvvise» nella grafia. Dalla paginetta in corsivo con un paio di cancellature, tuttavia, alcuni aspetti di «fragilità emotiva» emergono con chiarezza. Vediamoli: i principali sono una componente di «ansia», manifestata dagli accavallamenti delle lettere (vedi le parole «incontrato» o «ragazzo», alle quarta riga) e il «bisogno di evasione/fuga/indipendenza», espresso, spiega la grafologa, dal margine sinistro decrescente e dalla «precipitazione del tracciato verso destra» (contro il margine estremo del foglio). Ravvisabile inoltre anche una certa dose di «agitazione/aggressività», come mostrano le «irregolarità assiali» delle lettere, alcune delle quali più alte delle altre (vedi «viaggiare», in fondo al testo) e il taglio «forte e reciso» delle lettere «t».

Conclusione? «Alessia Rosati nello scrivere quel testo non era terrorizzata, e questo porta a escludere che si trovasse sotto minaccia, ma al tempo stesso manifestava delle evidenti fragilità emotive e psicologiche, come se stesse per lanciarsi in una impresa al di sopra delle proprie possibilità». La grafologa conclude: «L’allontanamento volontario va scartato, nonostante la ragazza esprimesse un desiderio di autonomia. Allo stesso tempo bisogna anche escludere che le ultime parole scritte da Alessia contenessero un messaggio in codice ai genitori, perché sarebbe stato più logico inviare la lettera direttamente a loro. Quindi, si può anche ragionevolmente ipotizzare un nuovo scenario: la ragazza potrebbe aver voluto far credere alle persone da cui stava scappando che andava fuori dall’Italia, per mettersi al riparo da pericoli».

Il trait d’union tra il giallo di Alessia Rosati e quelli di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, scomparse nel 1983, è rappresentato da Marco Accetti, oggi 67enne, un fotografo romano con precedenti penali che nel 2013 si autoaccusò del sequestro delle due quindicenni. È stato lui, nel 2015, a parlare per primo del giallo Rosati, riferendo di aver conosciuto Alessia, di averla ospitata a dormire a casa sua (abitava nella stessa zona) e di sapere con certezza che fu portata via da ambienti dei servizi segreti, nell’ambito delle tensioni esplose nel Sisde nel 1994, all’indomani dell’esplosione dello scandalo dei fondi neri (una cinquantina di miliardi di lire spariti). Sette anni fa non fu preso sul serio, l’uomo che consegnò il flauto riconosciuto dai familiari di Emanuela (e la cui voce corrisponde a quella di almeno un paio di telefonisti del 1983), tanto che sia lui sia gli altri indagati (Sabrina Minardi, don Pietro Vergari e tre ex banda della Magliana) vennero prosciolti dalla Procura al momento dell’archiviazione. Ma di recente la posizione dell’«uomo del flauto» è mutata, in relazione a un altro cold case tornato d’attualità, il delitto della 17 enne Katy Skerl avvenuto a Grottaferrata nel gennaio 1984. Accetti, infatti, aveva dichiarato ai giudici che la bara della ragazza era stata rubata, portata via dal cimitero Verano, e nel luglio 2022 tale circostanza è stata effettivamente riscontrata. Dietro la lapide, non c’era nulla. Adesso, grazie alla grafologia, anche il giallo Rosati torna quindi in discussione. Tanto più che , a differenza del caso Orlandi-Gregori, un’inchiesta formalmente aperta esiste. La prossima mossa tocca alla Procura. ([email protected])

11 novembre 2022 (modifica il 11 novembre 2022 | 13:20)

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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