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È uno sport (anche) per vecchi

Quella dell’età è, dicono, un’ossessione dei vecchi. Siccome ce l’ho da quand’ero bambino, forse sono sempre stato vecchio dentro. Per esempio, a me salta all’occhio come, alle spalle di Novak Djokovic, nato il 22 maggio 1987, sia Daniil Medvedev, 11 febbraio 1996, il meno giovane partecipante alle Nitto ATP Finals: nove anni di differenza che corrispondono al muro generazionale costruito e difeso per tre lustri dai quattro più forti giocatori del millennio, tre dei quali – Roger Federer, Rafael Nadal e Andy Murray – non sono però al momento in condizione di onorare le proprie straordinarie storie. Con la sua debordante personalità, il superstite serbo dei Fab Four riempie ancora la scena come nessun altro, dentro e fuori dal campo. Oggi, appena concluso il vittorioso match pomeridiano (7-6 6-2) contro Casper Ruud, 22 anni, ATP 8, lo premiano in campo in pompa magna per aver concluso la stagione da numero 1 del ranking mondiale: attenzione, ci riesce per la settima volta, che è un record assoluto. Posata la gigantesca coppa, da consumato affabulatore prende la parola – sotto forma di microfono – per spiegare in perfetto italiano ai migliaia del Pala Alpitour perché: 1. considera il nostro paese la sua seconda patria; 2. l’idioma di Dante è il suo preferito; 3. è infinita la gratitudine nei confronti di Riccardo Piatti e dei molti nostri connazionali che l’hanno aiutato in carriera; 4. è vicino a Matteo Berrettini per quanto gli è capitato; 5. gli spiace di aver tolto a Peter Sampras (“…il mio idolo di quando avevo quattro o cinque anni”) il record di cui sopra. E via dichiarando e gigioneggiando. È uno dei pochi giocatori che adora parlare, raccontare, convincere. Quando deciderà di smettere – “continuerò con questo straordinario sport per almeno altre due stagioni”, promette solennemente oggi – non s’accontenterà di fare il coach o il commentatore tv. Forse potrebbe stargli stretto persino un ruolo di primo piano nella politica in Serbia, troppo decentrata rispetto al centro del mondo del quale è un habitué

In attesa dell’evento serale Tsitsipas vs. Rublev, mi diverto a seguire il match con Nicolas Mahut e Pierre Hugues Herbert contro Robert Farah e Juan Sebastian Cabal. L’età non è un problema per il ligérien Mahut, che è il sesto più anziano tra i primi 400 del ranking ATP di singolare (40 anni il prossimo 21 gennaio, è il numero 398). Soprattutto, è tuttora uno straordinario doppista. Affiancato dal fidatissimo connazionale Herbert, 30 anni, oggi ha sconfitto 7-6 6-4 gli esperti colombiani, come lui già numeri 1 della classifica mondiale di categoria.

Mahut si è conquistato un posto nella storia del tennis con la citatissima maratona del 2010 a Wimbledon, quando restò in campo per undici ore prima di cedere 70-68 nel quinto set alle bordate di John Isner. Ma è in coppia che ha vinto tutti e quattro gli slam, pur cominciando soltanto a 33 anni a dedicarsi a tempo quasi pieno alla specialità. Una sequenza quasi senza interruzioni: Us Open nel 2015, Wimbledon nel 2016, Roland Garros nel 2018, Australian Open nel 2019, di nuovo Roland Garros quest’anno. E non ha alcuna intenzione di smettere.

I poco più che ragazzi Stefano Tsitsipas, classe 1998, numero 4 ATP, e Andrey Rublev, 1997, numero 5, sono reduci da finali di stagione parecchio travagliati, con ritiri per guai fisici e tracolli inattese. In particolare, nel Masters 1000 di Bercy di due settimane fa l’ateniese si è ritirato dopo appena sei game contro Alexei Popyrin a causa di un’infiammazione al braccio destro. Anche stasera entrambi non mostrano lo smalto d’inizio stagione, quando ottennero ottimi risultati. Tsitsi è assai falloso, il russo non è efficacissimo alla risposta. Non mancano, per carità, scambi che strappano ovazioni, ma non sono della frequenza che il pubblico – schierato perlopiù con Stefanos (solidarietà mediterranea?) – si aspetta. Ad Andrey basta difendere il break ottenuto nel quinto game di entrambi i set per chiudere il match con un doppio 6-4.

Il filo rosso della giornata torinese è lo stillicidio di informazioni sulle condizioni fisiche di Berrettini, costretto ieri al ritiro per un infortunio agli addominali durante il match contro Alexander Zverev. Il suo staff, la dirigenza dell’ATP e il team della FIT sfogliano la margherita fino a tarda sera: a Matteo conviene tornare in campo domani contro Hubert Hurkakz, con il rischio di rompersi malamente, oppure farebbe bene a ritirarsi oggi per preservare l’avvio della stagione 2022? Le voci si rincorrono dalla prima mattinata, alle 13 i meglio informati della Media Room assicurano che l’annuncio dell’abbandono è questione di minuti, alle 16 dai campi di allenamento del vicino Sporting-Circolo della Stampa si viene a sapere che il romano ha annullato la sessione già prenotata, alle 19.30 la concentrazione con la quale il suo eventuale sostituto, Jannik Sinner, sta affrontando sul campo di training il giovane americano Samir Banerjee, vincitore di Wimbledon Junior 2021, sembra fare intendere che sa di dover giocare domani. La notizia però non trova alcuna conferma ufficiale, anzi il capitano della nazionale Filippo Volandri assicura che “Matteo stamattina s’è svegliato bene, molto meglio di quanto gli accadde quando si fece male in Australia”. E infatti nel programma di domani il nome del numero 7 ATP resta affiancato a quello di Hurkakz per il match delle 21. Bisogna solo far passare ‘a nuttata, come direbbe il casertano Umberto Rianna, d’accordo con Vincenzo Santopadre.

Fonte: repubblica.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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