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Disastro Invalsi. «Basta con Manzoni. E’ tempo di una nuova didattica dell’italiano»

di Marco Ricucci*

La provocazione di un docente di italiano delle superiori: «De Sanctis ci perdonerà: ma che senso ha con il monte ore decurtato dalla riforma Gelmini ostinarsi a tradurre in italiano corrente i Promessi Sposi»?

Cercare il filo di Arianna lungo la via maestra dei rapporti tra dati dell’Invalsi, politiche ministeriali del MI divorziato dal MU e la galassia scuola italiana è come entrare in un labirinto, dove i muri si muovono, costantemente, a nostra insaputa. Solo pochi giorni fa sono stati presentati i dati dell’indagine Invalsi 2021 . Emerge un caso desolante che accentua lo sconforto di noi docenti in prima linea, pronti a lottare dalla trincea dello schermo di un computer, durante la prima pandemia globale del terzo millennio: certo, la DaD è stato un male necessario, fuoriuscito dal vaso di Pandora in cui si sono annidati per decenni i mali della scuola italiana; il Covid-19 è stata la longa manus che ha scoperchiato il vaso e il «crollo» degli apprendimenti è stato esacerbato dalla DaD, che per gran parte dei docenti ha significato semplicisticamente «travasare» la tradizionale lezione trasmissiva in un nozionismo tramesso in modalità telematica.

Necessario questo preambolo, veniamo alla ancora non sufficientemente esplicitata «neoquestione della lingua italiana», tutta in chiave educativa e pedagogica: la DaD, con il resto delle fragilità scolastiche, non è la sola responsabile della carenza delle competenze di lingua italiana degli adolescenti di oggi, ma tale vulnus, da tutti lamentato, va contestualizzato in una prospettiva di più ampio respiro che oltrepassa l’ «invalsizzazione» esegetica del proteiforme mondo scolastico. Mi pare perlomeno suggestivo e – forse – utile aggiungere un ulteriore tassello alla riflessione che anima, prima della chiusura per le vacanze estive, il dibattito pubblico sulla genesi del fenomeno. Riprendendo gli studi di Walter Ong anni Ottanta, nel saggio Orality and Literacy (Oralità e scrittura, il Mulino, Bologna 1986), egli puntualizzava che nelle società antiche basate sull’oralità, gli analfabeti, per la loro forma mentis, avevano uno stile di apprendimento linguistico di tipo partecipativo, intimo, empatico, con il conosciuto, mentre nel passaggio a una società «alfabetica» il pensiero umano si struttura, si gerarchizza, rielabora la realtà in modo analitico contro l’intuizione dell’immediatezza (di stampo vichiano, aggiungerei io). Nella nostra società, inoltre, si assiste, al cosiddetto «analfabetismo funzionale di ritorno», cioè una difficoltà di usare in modo adeguato le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Da questo metteva in guardia, nel corso degli anni Novanta e i primi anni Duemila, Tullio De Mauro, insigne linguista e Ministro dell’Istruzione per un anno. Fu come Cassandra per i nostri giorni?

Nella nostra società iperconnessa che in quanto tale si è «salvata» nell’epoca dell’epidemia, i millennials, o nativi digitali, hanno gioco facile a considerare la scrittura come un mezzo obsoleto e quasi anacronistico, in un mondo in cui la complessità è banalizzata in modo virtuale. C’è dunque una questione «sociale» della scrittura nel terzo millennio, una questione pedagogica per noi insegnanti; spia di questo decadimento della competenza dell’italiano scritto, dove il pensiero diventa architettura verbale, sono i numerosi laboratori che le università, roccaforti del sapere specializzato, organizzano per le matricole. Paradossalmente, se si vuole migliorare la capacità di scrittura a una generazione di «crocettatori» di batterie di test a risposta multipla, occorre fare una scelta di pragmatismo basato su onestà intellettuale: con un monte ore decurtato di lingua italiana decurtato dalla riforma gelminiana, che utilità ha leggere o meglio decifrare e tradurre in italiano corrente i «Promessi Sposi», per esempio, oppure studiare per anni autori di un glorioso passato? Certo Francesco de Sanctis si rivolterebbe nella tomba, in una famosa canzone,Venditti non potrebbe scambiare il padre della sua amata per Dante e suo fratello per Ariosto.

Conveniamo tutti che scrivere sia una competenza di base necessaria? Al di là delle provocazioni, occorre riflettere partendo da un dato di cronaca: molti aspiranti giudici, nel concorso per la magistratura, hanno scritto elaborati infarciti di strafalcioni ortografici ed errori grammaticali; e perciò potremo chiederci per assurdo: se non sono capaci di rispettare una norma linguistica, come è possibile che possano «comprendere» un testo altamente complesso come una legge e scrivere nella lingua italiana una sentenza in nome del popolo italiano, che influisce sulla vita concreta di un cittadino? La questione è dunque variegata e la lezione dell’educazione linguistica non ha ancora portato a maturazione le sue potenzialità didattiche, soprattutto nella scuola dell’obbligo. Occorre – è il mio invito a partire dai dati INVALSI- che noi docenti di italiano ci occupiamo maggiormente della didattica della scrittura, corredata da un lavoro sul testo e per il testo, e con una «politica» accorta di letture di romanzi guidata per i nostri alunni. Per tutto il corso delle superiori. La Dad è stata una bella occasione per «deviare» dai programmi scolastici, che peraltro non esistono più, per sperimentare nuove forme di conoscenza e apprendimento. Leggere libera le menti, catapulta in mondi possibili e alternativi, fa capire l’umanità che è in noi. Il docente di lettere può diventare un «motivatore» per la lettura, oltre che correttore di temi. Averne perciò contezza è già un primo passo per trovare l’uscita da questo labirinto. Con buona pace del dio Teuth, inventore dell’alfabeto.

*professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano

19 luglio 2021 (modifica il 19 luglio 2021 | 08:30)

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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