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Diario da Kabul, l’importanza dello sport per donne e disabili

KABUL – Qualche giorno fa il talebano vicecapo della Commissione Cultura ha dichiarato in una intervista che lo sport femminile è immorale e non necessario. Una doccia fredda, anche se non del tutto inattesa. La faccenda ci tocca da vicino. Da allora il mio ufficio è una processione di ragazze alcune in lacrime, altre furiose e indomite.

Da oltre dieci anni abbiamo un programma sportivo per disabili, basket in carrozzina la specialità preferita. Cominciò quando alcuni ex-pazienti chiesero attività per il tempo libero, sport soprattutto. Io ero dubbioso, confesso, pensando che in un Paese con tanti problemi, lo sport per disabili fosse un lusso.

Gli ostacoli erano tanti, mancanza di campi e carrozzine apposite, allenatori e fondi. Invece trovammo denaro, buone carrozzine a modica cifra e un vero allenatore. E, sorpresa, in un attimo 200 giocatori si iscrissero, comprese 40 ragazze.

Cominciammo e fu una rivelazione per tutti, me incluso. Lo sport combina riabilitazione fisica e reinserimento sociale. Individui diventano squadra, acquistando fiducia in se stessi, sicurezza. E si divertono.

Agli allenamenti seguirono tornei regionali e nazionali, con spettatori e tv. E il primo viaggio all’estero, in Italia, su invito del Briantea di Cantù. Un anno dopo a viaggiare furono le ragazze. In Indonesia vinsero un torneo e al ritorno furono ricevute dalla first lady come vere star.

Non potevo credere quanto lo sport le avesse trasformate in così breve tempo. Nilofar, la capitana, divenne la regina delle interviste; Farzanà, timidissima, decise di imparare l’inglese, “Come fare senza oggigiorno?”; Latifà tornò a testa alta nella scuola che aveva lasciato per vergogna. E i maschi? Saber, paraplegico, con la convocazione nazionale, divenne l’eroe del suo quartiere; Wasiq, il più bravo, trovò il coraggio di chiedere la mano della ragazza che amava.

Non riesco a non ridere quando li vedo indossare (anche d’inverno) leggere magliette tre taglie più piccole per mostrare i muscoli diventati potenti, belli e vanesi, prima solo spettatori di partite altrui, ora campioni applauditi.

Vieteranno veramente alle ragazze di giocare? Rifiuto di crederlo. Ci batteremo per convincere e impedirlo. Per uomini e donne abbiamo progetti internazionali fino al 2023. Spero che i talebani capiscano che la decisione comporterebbe la radiazione dell’Afghanistan dalle competizioni internazionali. E che praticare sport, competitivo o ludico, è un diritto universale.

Consolo le ragazze. Si è trattato solamente di una intervista, niente di ufficiale, spiego. Si continua a giocare. Di questi tempi è ancora più importante.

Alberto Cairo è responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan. Il suo Dario da Kabul ha ricevuto il Premiolino

Fonte: repubblica.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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