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Da Ullrich a Best, storie dannate tra sport e alcol

Di nuovo sotto schiaffo. Della dipendenza da alcol e droga, dei ricordi, dei rimpianti. Jan Ullrich si ritrova a lottare contro i suoi demoni. Come più volte nella sua vita di ex campione del ciclismo, piombato a tomba aperta come tanti suoi ex compagni di gruppo nel vortice della malinconia.

Il tedesco, 48 anni, storico rivale di Lance Armstrong e Marco Pantani, l’uomo piegato dall’attacco del Pirata sul Galibier al Tour del 1998, è stato ricoverato in Messico, in attesa di andare in una clinica svizzera, per una ricaduta nei suoi problemi di alcolismo. “Ero sulla stessa strada di Marco, quasi morto”, aveva detto pochi mesi fa a Lance Armstrong, a Maiorca. A far ripiombare Ullrich nel baratro forse una delusione amorosa, a Cuba. Riuniti, Armstrong e Ullrich si interrogarono allora sugli errori delle loro vite senza regole. Il tedesco, ormai sovrappeso, enorme e rubizzo, aveva ammesso ed era parso sulla via della redenzione. Ma non era così.

Il Chava e VDB, storie maledette

Generazione dannata, e dannato è quel ciclismo che ha pianto molte volte. In questi giorni di fine anno ricorreva il diciottesimo anniversario della morte di José Maria Jimenez, il “Chava”, il selvaggio, perduto da depressione e abuso d’alcol e droga in una clinica. La malamorte troncò a 34 anni, la stessa età di Pantani, anche la vita di Frank Vandenbroucke, stella eternamente grande e incompiuta del ciclismo belga. Alcol e antidepressivi: era solo in una camera d’albergo in Senegal. Embolia, scrissero i medici, che analizzarono il suo cadavere, lungo e bianco, steso sul letto.

Calciatori affogati in un bicchiere

Alcol è parola dannata per gli sportivi, e i calciatori non ne sono immuni. Qualche anno fa Vanity Fair stilò una sorta di Top 11 di alcolisti prestati al pallone o, viceversa, vite estreme affogate in qualche bicchiere. Il fantasista di quella squadra era George Best, il suo tempo non sprecato era fatto di grandi bevute e donne. Meno letteraria, assai più terrena l’eterna dipendenza di Paul Gascoigne, dato per morto almeno una decina di volte e sempre tornato a galla, in qualche modo. Sarebbe stata assai più lunga, senza il vizio, la vita di Socrates, invece portato via da una cirrosi epatica a 57 anni. La sua battaglia contro l’alcol, il mitico Dottore aveva scelto di ingaggiarla e perderla almeno due decenni prima. Di cirrosi morì, ad appena 49 anni, gli ultimi venti da alcolizzato, povero e dimenticato, Mané Garrincha.

“Magico” Gonzalez, Andy Van der Meyde (che scrisse un’autobiografia dal titolo eloquente, “Nessuna pietà”) e Radja Nainggolan avrebbero potuto avere assai più dai loro piedi raffinati, se la testa fosse restata sopra il collo un po’ più spesso, e così Cicinho, che disse: “Una volta dopo aver bevuto 18 caipirinha e 14 birre ho incontrato Gesù”. E che dire di Adriano, o di Tony Adams, o di Fabian O’Neill, o di Wayne Rooney, che festeggiò una vittoria sulla Scozia con una sbronza epocale. O semplicemente di Fabio Macellari, talento bruciato dalla droga e finito, dopo la carriera, a fare il panettiere e il taglialegna. Intervistato da una tv tedesca, il difensore austriaco Martin Hinteregger, oggi all’Eintracht, disse che “generalmente un calciatore su tre diventa alcolizzato o depresso e entrambi”, una stima a spanne piuttosto presa sul serio in Germania, “e tutto ruota intorno ai soldi: più ne hai, più hai voglia di spenderne in vizi”. Il gallese Robbie Savage ammise candidamente: “Non mi è mai piaciuto bere ma è diventata una superstizione. Per questo all’inizio bevevo un bicchiere prima della partita, poi mezza bottiglia, poi una bottiglia intera”.

Fonte: repubblica.it

Bellina Piazza

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