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Cuneo fiscale, Giorgetti apre. Confindustria, Cisl e Uil dicono sì alla proposta di taglio

Quanto alle proposte di Bombardieri: «Abbiamo chiesto da tempo un intervento di taglio del cuneo fiscale, insieme ai rinnovi ai 7 milioni di lavoratori che hanno il contratto scaduto. I contratti collettivi nazionali rinnovati con Confindustria hanno recuperato il potere d’acquisto, adesso servono riposte dal Governo sulla detassazione degli aumenti contrattuali e la decontribuzione dei premi di produttività»,

Confindustria: dal taglio del cuneo un mese in più in busta paga

Dal canto suo Stirpe ha ricordato che tra le aziende associate a Confindustria «i contratti rinnovati rappresentano il 94%,su quelli che non si rinnovano pesano vicende specifiche». Stirpe ha ribadito la richiesta di «affrontare in modo chiaro il tema della tenuta del potere d’acquisto dei lavoratori senza aumentare costo del lavoro, perché le imprese tra incrementi del costo dell’energia, le difficoltà del reperimento delle materie prime e il progressivo incremento dei costi finanziari, non possono permettersi di sostenere anche anche un aumento del costo del lavoro, pena la loro stessa sopravvivenza». Stirpe ha rilanciato la proposta del presidente Bonomi di un’ampia riduzione del cuneo fiscale – da 16 miliardi di valore – per due terzi a vantaggio dei lavoratori e per un terzo delle imprese, per mettere in tasca a lavoratori con redditi fino a 35mila euro una mensilità in più senza gravare sui costi delle imprese. «Non bisogna dimenticare – ha aggiunto il vicepresidente di Confindustria – il legame tra salari e produttività che dal 1995 al 2022 in Italia è cresciuta del 10% mentre nei Paesi virtuosi è aumentata del 40%.Sì alla detassazione degli aumenti contrattuali, bisogna diffondere la contrattazione di secondo livello».

Divisioni sull’introduzione del salario minimo

L’altro tema in agenda riguarda il salario minimo, con la proposta della direttiva europea che il ministro Orlando intende recepire attraverso l’estensione erga omnes delle retribuzioni dei contratti più rappresentativi.

Stirpe: con i nostri accordi non servirebbe il salario minimo

«Premesso che la direttiva europea riguarda Paesi con una contrattazione inferiore al 70%, e in Italia il livello è ben superiore – ha ricordato Stirpe – se come parti sociali applicassimo l’accordo interconfederale del 2014 che ha definito i perimetri della contrattazione e i criteri di misurazione della rappresentanza, oltre al Patto della fabbrica del 2018, assieme alle tutele dell’articolo 36 della Costituzione, non avremmo bisogno del salario minimo. Il tema, peraltro, non ci riguarda considerando che su 378 livelli di inquadramento contrattuale le imprese di Confindustria hanno 3 o 4 casi al di sotto dei 9 euro lordi indicati dal Ddl Catalfo. Servono poi cautele nel fissare il livello per legge, occorre un criterio oggettivo con riferimento al 60% del salario mediano».

I sindacati: si estendano i minimi contrattuali

Sul salario minimo è fortemente contrario Sbarra: «Non serve il salario minimo per legge, che avrebbe l’effetto di produrre un abbassamento generalizzato delle retribuzioni contrattuali – ha detto -. La soluzione potrebbe essere quella su cui stiamo lavorando con il ministro Orlando di estendere i minimi contrattuali sottoscritti da sindacati più rappresentativi, dandogli valore legale». Favorevole Bombardieri, con motivazioni analoghe a quelle di Sbarra: «Sì al salario minimo – ha detto – purché in applicazione della direttiva europea coincida con i minimi contrattuali».

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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