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Covid, la protesta di chi lavora al Pronto soccorso: “Mancano ancora 4mila tra medici e infermieri

Mentre l’Italia e l’Europa affrontano l’inizio della quarta ondata torna la protesta di chi lavora nei pronto soccorso d’Italia, la porta d’accesso degli ospedali: dopo quasi due anni di Covid, la categoria dei medici dei reparti emergenza-urgenza denuncia la mancanza di 4mila tra medici e infermieri, il 30% degli organici necessari a farli funzionare, con problemi di turni di lavoro massacranti, sovraffollamento, ambulanze in attesa. Per la prima volta l’associazione che li rappresenta (Simeu) scende in piazza. Denuncia il rischio che l’impennata di contagi costringa a chiudere i servizi, come avveniva nelle fasi più drammatiche della pandemia. Sostiene che gli incentivi in busta paga, recentemente stanziati dal governo per 90 milioni di euro, sono benvenuti ma assolutamente inadeguati a contrastare la “desertificazione in atto dei reparti, che si ripercuote direttamente sulla pelle dei pazienti e sulla qualità di lavoro e di vita dei medici”. La manifestazione si terrà proprio mercoledì 17 novembre in piazza Santi Apostoli a Roma, dalle 12.30 alle 15.

La protesta nasce dalla certezza che quanto fatto finora non basti. La maggior parte dei concorsi che sono stati banditi per rinforzare i reparti sono andati deserti in tutte le Regioni italiane, molti dei professionisti hanno abbandonato il lavoro, una borsa di studio su dieci della specialità non è stata neanche assegnata nell’anno accademico 2021-2022. Per disinteresse dei neolaureati, visto che il 18% degli studenti ha poi lasciato. “Sapevo delle difficoltà quando ho scelto questo ambito, non escludo di lasciarlo come fanno altri colleghi”, dice ad esempio Alessandro Salzmann, che si è specializzato giusto martedì scorso a Campobasso. “Sono tutti i sintomi di un sistema gravemente malato in cui tutto è difficile e pesante”, racconta Mariapia Ruggieri, medico d’urgenza, primario del Pronto Soccorso dell’Azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma. Facciamo il punto con Fabio De Iaco, responsabile dell’accademia dei direttori Simeu e direttore del Pronto Soccorso Martini di Torino.

Il governo stanzia 90 milioni e voi andate in piazza, perché?
Non è una manifestazione contro ma per: non siamo un sindacato né una lobby, ma una società scientifica dei professionisti dell’area dell’urgenza. Punto secondo, l’incentivo è un segnale positivo, anche perché per la prima volta inserisce una differenziazione tra chi è in pronto soccorso e tutti gli altri, ma del tutto insufficiente: di fatto sono 100 euro netti in busta paga, che son soldi certo, ma sono l’equivalente di una visita privata di un qualunque collega che può farne anche 50 al mese mentre noi lavoriamo solo per il sistema sanitario nazionale. Del resto molti giovani, a fronte di uno stipendio d’ingresso come dirigente di prima fascia da 2500 euro al mese hanno preferito tenersi lontani dai turni massacri del pronto soccorso e hanno avuto anche la convenienza di farlo: il giovane medico che va a fare le vaccinazioni o l’Usca prende 60-80 euro per sei ore di lavoro, senza notti e senza lo stress dell’area di urgenza. Fate un po’ voi i calcoli, le cifre sono non paragonabili. Ma non è una questione di soldi: datecene meno, ma metteteci nelle condizioni di lavorare.

Ma perché manifestate proprio ora?
Perché di fronte alla quarta ondata rischiamo di chiudere i servizi.

Cosa intende?
L’aumento dei contagi probabilmente avrà un’intensità clinica leggermente inferiore rispetto alle precedenti perché riguarda perlopiù non vaccinati. Ma arriva in una situazione profondamente diversa dalle precedenti nelle quali la gente stava a casa, sparivano anche gli infarti e i tumori perché chi stava male non veniva in Ps. Ora arrivano tutti, compresi quelli che hanno condizioni cliniche minori che potrebbero rivolgersi altrove. In sostanza siamo tornati a una condizione pre-covid, da 24 milioni di accessi nei Ps, e non sta mutando nonostante il Covid stia salendo. E’ come se avessi una squadra di calcio che deve giovare su due campi.

Dove sono finiti tutti i medici promessi durante la pandemia?
I nostri dati dicono che nell’ultimo anno a fronte di 2mila uscite abbiamo avuto solo mille entrate. In media siamo riusciti a sostituire un medico ogni due usciti, più le assenze che erano già precedenti. Cioè, è vero che sono state fatte delle assunzioni, ma sono del tutto insufficienti rispetto all’esodo che c’è stato. A questo aggiungo che i contratti Covid di cui si è tanto parlato nella stragrande maggioranza dei casi sono fatti con persone che non hanno il titolo utile per lavorare in emergenza. Si tratta di ragazzi neolaureati, splendidi e commoventi, ma che non possono esser messi domattina in turno di Pronto Soccorso perché non ne hanno le capacità. Inoltre i medici assunti sono intermediati da agenzie di lavoro e cooperative che coprono alcuni dei Ps e prendono 125 euro l’ora: quei soldi non vanno tutti al medico perché c’è una quota consistente che resta a queste società. Significa che è antieconomico andare incontro a quelle situazioni.

Cosa servirebbe per intervenire a sostegno dei Pronti Soccorso?
Un ripensamento totale del sistema dell’emergenza-urgenza a medio e lungo termine. Di poter partecipare alla ricostruzione del sistema sanitario. Un nuovo rapporto tra la formazione e gli ospedali: vogliamo che dentro gli ospedali in questo momento entrino una schiera di specializzandi che invece vengono tenuti fuori dagli ospedali e stanno solo in università. E che quelli specializzandi possano essere utilmente impiegati nell’assistenza anche in Ps sotto al guida dei direttori e sulla base delle loro competenze che saranno proprio i direttori a stabilire, volta per volta, per capire fino a che livello possono essere spinti a lavorare. Se mi arriva un neolaureato non lo posso mettere in Ps, perché se ti arriva un paziente in arresto cardiaco in sala rossa in arresto cardiaco per un politrauma io non posso pensare che ci sia un neolaureato ma ho bisogno di un medico assolutamente esperto.

E come si fa ad averlo?
Questi livelli di competenza sono stabiliti da un lato dalla specializzazione: chi ce l’ha lo può fare, dall’altro in questa fase siccome dobbiamo correre ai ripari dobbiamo essere messi in grado di stabilire anche legalmente livelli di competenza per cui man mano che progrediscono questi giovani colleghi che devono essere messi in grado di lavorare negli ospedali possano essere adibiti a funzioni sempre maggiori. Mi rendo conto che è complesso, ma è l’unica soluzione che riusciamo a vedere, sennò non sappiamo come fare se non, ripeto, chiudere i servizi.

Quali sono gli effetti per i cittadini?
I cittadini la pagano in termini di tempo a disposizione del paziente da parte del personale di Ps: è logico che se ho in carico 50 pazienti in un turno tra quelli che entrano ed escono, avrò meno tempo per ciascuno che se ne ho in carico 25. Perché il problema è che noi siamo in continua perdita di energie e risorse ma i pazienti restano sempre gli stessi e anzi aumentano. Ma noi continuiamo a rispondere: è evidente che da qualche parte stiamo sottraendo qualche cosa. Stiamo riscontrando che in alcune aree la qualità dell’assistenza sta scendendo. Lo vediamo tutti i giorni, quando facciamo il briefing mattutino con chi ha fatto la notte, vediamo cosa resta nel pronto soccorso e ci rendiamo conto se le risposte, diciamo così, non sono adeguate come vorremmo e dovremmo.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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