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Covid, caos regole: protocolli, sport e scuole ecco la babele dei diktat locali: 99 Asl in ordine sparso


Covid, caos regole: protocolli, sport e scuole ecco la babele dei diktat locali: 99 Asl in ordine sparso

Asl che vai ordinanza che trovi. Nella già caotica frammentazione delle competenze sanitarie italiane, da qualche giorno, a prendersi la scena sono le aziende sanitarie locali. Vale a dire i 99 presidi territoriali sparsi in tutta la Penisola che si occupano dell’erogazione di servizi sanitari e hanno il potere, anche all’interno della stessa Regione, di imporre comportamenti diversi. Così gli italiani, nel fine settimana, hanno scoperto che se si sospetta di essere stato a contatto con un caso Covid è meglio non andare da Napoli a Torino mentre, al contrario, da Salerno a Verona non c’è alcun problema.
LA PARTITA
Il casus belli, come tradizione italiana vuole, è stata una partita di calcio. O meglio, due: Juventus-Napoli che si sarebbe dovuta giocare domenica sera, e Chievo Verona Salernitana che invece si è giocata sabato sera. La vicenda è complessa, per cui è meglio procedere con ordine, partendo dalla Serie A. La sfida tra Juve e Napoli si sarebbe dovuto tenere a Torino domenica sera ma, a causa della mancata presenza degli azzurri in campo, dovrebbe finire per essere assegnata 3-0 a tavolino ai bianconeri. Nulla di strano, tutto da regolamento verrebbe da dire. Solo in parte.
A bloccare i partenopei è stata infatti l’Asl di Napoli che, venuta a conoscenza di due calciatori positivi nella rosa azzurra, ha imposto l’isolamento fiduciario a tutta la squadra. Ovvero quarantena di 14 giorni e niente partita. Un punto di vista, quello dell’Asl campana che non solo contraddice il regolamento della Lega (che parla di quarantena soft per i calciatori) e quindi apre quella che sembra destinata ad essere una lunga querelle sportiva, quanto getta soprattutto una luce particolare sulle scelte dell’Ente. In particolare perché, appena poche ore prima di quelle in cui a Napoli sembrava consumarsi una specie di psicodramma con la squadra bloccata prima della partenza, pochi chilometri più in là, a Salerno, non succedeva proprio nulla. Cioè la formazione di Serie B, nonostante i due casi di calciatori positivi riscontrati in squadra, sabato è stata lasciata partire dalle autorità sanitarie locali alla volta di Verona. Lì, la squadra di proprietà di Claudio Lotito, ha battuto fuori casa il Chievo per 2 a 1. Tutto regolare, nessun intoppo.

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Un duplice trattamento che ha scoperchiato ancora una volta il vaso di Pandora delle aziende sanitarie locali. Ridotte drasticamente negli ultimi anni nel 2004 erano 283 ora sono 99 Asl e Ausl in situazioni che hanno un impatto a livello nazionale, vanno sempre ognuna per contro proprio. Che si tratti di sport, scuola o del lavoro dei loro stessi dipendenti, la certezza è una sola: il caos.
SCUOLE
A denunciarlo al Messaggero ieri, è stato il presidente della Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli: «Ogni Asl agisce in maniera diversa dalle altre ma le scuole devono seguire una linea uguale in tutta Italia».
Ad esempio, fanno sapere dall’Associazione, talvolta le aziende sanitarie chiedono alle scuole di comunicare ad alunni e docenti i provvedimenti da loro stesse assunti (ad esempio, la notifica di dover restare in isolamento). In piena contraddizione rispetto a quanto stabilito dalle linee guida nazionali. Non solo, i presidi denunciano anche come sia capitato più volte che le Asl non comunichino affatto all’istituto scolastico che dei suoi studenti o dipendenti siano stati oggetto di un provvedimento. Un caos comunicativo dettato da regolamenti interni e sovrapposizioni che certamente non aiuta la gestione dell’epidemia.

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Inoltre, quella della comunicazione quasi schizofrenica da parte delle Asl, è una dinamica che si riflette anche in quelle interne agli enti territoriali. Come dimostrato da un’indagine condotta da Epidemiologia e prevenzione, la rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia infatti, una delle difficoltà per un monitoraggio adeguato dei contagi in Italia è dettata dalla presenza di mille una aziende sanitarie locali.

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Basti pensare che, nel caso di segnalazioni di casi positivi, il 46% degli enti territoriali ha usato un modulo proprio, mentre il 42% un modulo regionale. Il 2% invece non aveva a disposizione alcun modulo. Indicazioni conservate peraltro anche in maniera differente. La metà (il 52%) delle Asl ha utilizzato database locali, il 20% database regionali e l’11% nessuna registrazione elettronica. In pratica la solita Babele all’italiana.
 

Ultimo aggiornamento: 07:18


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Fonte: ilmessaggero.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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