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Cosa succede quanto un grande atleta cambia sport?

Tra il 2009 e il 2010 uno dei format di maggior successo del network americano ABC era Shaq Vs, un reality show in due stagioni e dieci puntate complessive, in cui Shaquille O’Neal si divertiva – è il caso di dirlo – a sfidare i campioni di altre discipline. Vedere il gigantesco centro, quattro volte campione NBA, improvvisarsi quarterback contro Ben Roethlisberger, boxare contro Oscar De La Hoya o entrare nella piscina del Mangione Aquatic Center di Loyola University nella corsia accanto a quella di Michael Phelps – tra l’altro indossando un bel costume a fiori – raccontava al meglio la componente folklorista che ha sempre caratterizzato il racconto del grande sportivo che, a un certo punto della sua vita, decide di dedicarsi ad altro. La componente, per intenderci, attraverso cui filtriamo il video della doppietta di Usain Bolt in versione calciatore con i Central Coast Mariners della A-League australiana, o la lettura delle notizie riguardanti Tim Wiese, ex portiere del Werder Brema cui la Juventus di Capello deve un passaggio del turno in Champions League, che si è riciclato senza troppo successo prima come bodybuilder e poi come wrestler.

L’intervista in cui, qualche giorno fa, Harry Kane ha ribadito – tra l’altro a un interlocutore d’eccezione: J.J. Watt degli Houston Texans – il suo desiderio di giocare come kicker nella NFL spinge a chiedersi quanto e come un atleta professionista possa essere effettivamente competitivo in uno sport diverso, se possa farlo senza dare l’impressione di stare dedicandosi a un hobby, muovendosi sul confine labile tra la parodia da universo memetico e la mancanza di rispetto di chi a quel livello ci è arrivato a costo di grandi sacrifici. Quando lo stesso Kane dice che «molto dipende anche dalla capacità, da parte dei giocatori, di gestire la pressione: nelle situazioni decisive, anche nel football americano tutto si riduce a un tiro dell’ultimo minuto» centra perfettamente il punto: la questione non riguarda solo la preparazione fisica o la possibilità di affinare il singolo gesto tecnico attraverso una ripetitività meccanica, ma riuscire a traslare tutto nella giusta dimensione spazio-tempo. Perché un conto è allenarsi per praticare uno sport, un altro è riprogrammare del tutto la propria memoria muscolare per rispondere alle sollecitazioni e ai tempi di reazione sempre più stretti che tutti gli sport comportano – soprattutto se praticati ad alto livello.

Nel 2017, Paolo Maldini debuttò da wild card nel circuito Atp in doppio con Stefano Landonio: dopo essere stato eliminato (6-1, 6-1) al primo turno del challenger di Milano dal duo composto da Tomasz Bednarek e David Pel disse che «ci siamo presentati nelle migliori condizioni possibili ma contro dei professionisti era praticamente impossibile vincere». In questo modo, l’ex capitano del Milan ha espresso in qualche modo la difficoltà insita nell’allenare un talento che non è naturale ma costruito, nel senso letterale del termine. Allo stesso modo i tentativi falliti di Dwain Chambers – sprinter britannico che, dopo una squalifica per doping, nel 2004 sostenne un provino con i San Francisco 49ers – e Brock Lesnar – wrestler professionista che pure vestì in pre-stagione la maglia dei Minnesota Wikings – di “riciclarsi” come giocatori di football, spiegano come una buona base di partenza dal punto di vista fisico non sia comunque sufficiente se non accompagnata da una corretta capacità d’esecuzione in una frazione di secondo.

Se ne facciamo un discorso di “ricostruzione” dell’atleta in funzione del rapporto tra rapidità di adattamento e competitività nel medio-lungo periodo, l’esperimento più riuscito è anche quello più famoso. La parentesi di Michael Jordan nelle minors del baseball con i Birmingham Barons e gli Scottsdale Scorpions viene sempre ricordata come una macchia fastidiosa nella carriera del più grande cestita di tutti i tempi, con tanto di copertina di Sports Illustrated a testimoniare quanto MJ imbarazzasse se stesso, oltre che lo spirito e la sacralità del gioco preferito degli americani, per di più nel pieno dello sciopero che aveva cancellato le World Series della MLB; in realtà i miglioramenti progressivi e costanti furono tali da far dichiarare a Mike Barnett, all’epoca batting coach dei Barons, che «nonostante non avesse giocato a baseball da quando aveva 12 anni , riusciva comunque ad avere impatto in un campionato di livello. A un certo punto tutto ciò che all’inizio non gli riusciva sembrava venirgli naturale. In tutta onestà credo che, nel giro di un paio di stagioni, sarebbe potuto diventare un giocatore dei Chicago White Sox nella MLB, forse anche come titolare». Tutto grazie all’etica del lavoro di Jordan e alla scientificità con cui lo staff tecnico approcciò all’idea di trasformarlo in un esterno di livello. Recentemente Mike Huff, ex giocatore dei White Sox, ha raccontato a The Undefeated come cercò di trasformare Jordan partendo dalle sue caratteristiche di base: «La prima cosa cui pensai fu il modo di riuscire a traslare le sue movenza da giocatore di basket sul campo da baseball: sapevo esattamente come si muoveva sul parquet e giunsi alla conclusione che, ad eccezione dell’esplosività del suo primo passo, non c’era nient’altro che potesse essere portato sul diamante. Passammo tre mesi a prepararci per i training primaverili: cercai di fare del mio meglio per fargli capire l’importanza dell’aspetto comunicativo, quali movimenti fare e come farli, magari anche rubando i segreti dei grandi del passato, per trasformare la sua esplosività cestistica in un’esplosività adatta anche al baseball».

Le probabilità di successo sono, quindi, legate alla prossimità tra uno sport e l’altro, alla facilità di adattamento dei riflessi e degli stimoli neuromuscolari a una realtà più vicina a quella di provenienza? Il caso di Petr Cech sembra suggerire di sì: la sua formidabile coordinazione occhio-mano, eredità di oltre vent’anni di calcio professionistico, gli ha permesso di ben figurare anche come portiere di hockey su ghiaccio per i Guildford Phoenix, squadra di Division 2, parando ben due rigori nella gara d’esordio. Ancor più emblematica l’esperienza di Carlos Sainz: dopo essersi laureato due volte campione del mondo di rally nella prima metà degli anni Novanta è diventato uno dei migliori specialisti nel circuito endurance, arrivando a vincere per ben tre volte la Dakar nonostante le difficoltà incontrate nel passaggio dall’immediatezza e dall’esplosività delle speciali rallystiche alla durezza mentale delle corse di durata. Il segreto, stando a quest’intervista rilasciata al Corriere della Sera, sta nella disciplina, nella preparazione in palestra, nell’esperienza in termini di messa a punto del mezzo e nell’umiltà di «rispettare la corsa, essendo consapevole dei rischi».

Sotto il casco e le imbottiture c’è Petr Cech, che al termine della sua carriera da calciatore è stato tesserato dai Guildford Phoenix, squadra con cui ha disputato sei gare del campionato di quarta divisione inglese di hockey su ghiaccio nella stagione 2019/20 (Henry Browne/Getty Images)

Il fattore chiave, tuttavia, è il tempo. La lunghezza del processo di condizionamento e adattamento a un nuovo sport, soprattutto se in funzione di un’adeguata competitività, finisce per scontrarsi con l’idea di immediatezza che caratterizza lo sport professionistico oltre che con una  capacità di proiezione e percezione di tifosi e addetti ai lavori non sempre aderente alla realtà. L’idea di superiorità, di dominio tecnico, fisico e psicologico, che viene normalmente associata ad icone come O’Neal, Bolt, Jordan, Maldini, Carl Lewis – che nel 1984 venne scelto dai Chicago Bulls al Draft NBA e dai Dallas Cowboys in quello NFL – ci spinge inconsciamente a non considerare quanto sia lungo e duro il percorso da affrontare per ricostruirsi e competere per davvero in un altro sport: «Molti mi vedono come un ottimo atleta, eppure per riuscire a giocare bene ci vuole molto di più. Tutti questi professionisti sono atleti eccezionali, ma quello che li distingue è un talento fuori dalla norma», disse Jordan nel 1994 dopo un match d’esibizione contro i leggendari Chicago Cubs. Un talento diverso dal suo perché diverso dalla semplice attitudine: una differenza sostanziale e di cui pure non riusciamo a tenere conto quando ci aspettiamo che il miglior giocatore nella storia del basket lo sia altrettanto nel baseball, e lo sia fin da subito.

Per questo Kane, quando e se vorrà diventare un kicker, sarà chiamato a riscrivere la storia. Perché se diventare competitivi in un’altra disciplina non è del tutto impossibile, lo è invece fare i conti con l’inconciliabilità tra il tempo necessario per diventarlo e il “tutto e subito” dello sport entertainment contemporaneo. Ed essere stato uno dei centravanti più forti del suo tempo non basterà. Così come non era bastato al Michael Jordan del baseball essere stato il Michael Jordan del basket.

Fonte: rivistaundici.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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