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Cosa sono i nanobot, e perché potrebbero sconfiggere il cancro

Cosa accadrebbe, si domanda The Next Web, se avessimo a disposizione un magico (e microscopico) robot in grado di curare quasi ogni malattia? Il quesito è ovviamente avveniristico se non fantascientifico. Eppure un team di ricercatori australiani ha appena messo a punto un prototipo che potrebbe funzionare, come si dice nella ricerca, da “proof of concept”, una prova di fattibilità per il futuro della medicina interna. Si tratta dei nanobot: piccole macchine intelligenti a base di Dna che potranno potenzialmente sostituire i cocktail di farmaci o di radiazioni di vario genere con cui affrontiamo numerose patologie e che spesso colpiscono indistintamente cellule malate e sane.

Il gruppo le chiama “macchine molecolari autonome” e in qualche modo le differenzia già dai microscopici automi in materiali artificiali o metallici. Si tratta di qualcosa di decisamente più naturale. Stando al paper del team: “Ispirati dalla biologia, progettiamo e sintetizziamo un recettore per origami a Dna che sfrutta le interazioni multivalenti per formare complessi stabili che sono anche capaci di un rapido scambio di subunità”. Per origami a Dna si intende una tecnica di piegatura del Dna su scala nanometrica al fine di creare forme bi o tridimensionali non arbitrarie ma, appunto, frutto di un processo di ingegneria genetica. Costruire cioè “veicoli” intelligenti biologici che possano traghettare le proteine giuste, in grado di attivare, rallentare o bloccare certi processi, alle cellule interessate.

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I nanobot a Dna sono macchine sintetiche di dimensioni nanometriche costituite appunto di Dna e proteine. Sono autonomi perché il Dna stesso è una macchina autoassemblante. Il nuovo studio australiano lo impiega ora per “dimostrare interazioni stabili con un rapido scambio sia di Dna che di subunità proteiche, evidenziando così l’applicabilità del nostro approccio al carico molecolare arbitrario, un’importante distinzione con lo scambio canonico tra il Dna a filamento singolo”. Insomma, i nanobot su cui James Brown (principale autore) e colleghi hanno lavorato sembrerebbero in grado di trasferire ben più che la propria informazione genetica ma, almeno teoricamente, un “carico” di proteine utili per esempio a inibire la moltiplicazione di cellule tumorali.

Come spiega The Next Web, “per dirla in termini più semplici dovremmo essere in grado di programmare gruppi di questi nanobot per dare la caccia a batteri, virus e cellule tumorali all’interno dei nostri corpi. Ogni membro dello sciame potrebbe trasportare una specifica proteina e, quando incontra una cellula difettosa, potrebbe assemblare le sue proteine in una formazione progettata per eliminare la minaccia”. Un approccio terapeutico completamente diverso da quelli attuali, perfino dalla terapia genica strettamente intesa.

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La strada è molto lunga ma l’indagine, battezzata “Rapid Exchange of Stably Bound Protein and DNA Cargo on a DNA Origami Receptor”, semina prospettive interessanti: “Ci aspettiamo che questo studio possa essere utile a future indagini che utilizzino le strutture di origami a Dna per sfruttare interazioni multivalenti per la progettazione e la sintesi di un’ampia gamma di possibili comportamenti cinetici”. Intanto, è la prima volta che un nanobot Dna si sia dimostrato in grado di trasportare un carico di questo tipo.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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