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Coprifuoco, lockdown e chiusure non hanno aiutato: “Stiamo peggio di prima”

I numeri non mentono e fotografano benissimo la situazione attuale: stiamo meglio o peggio di un anno fa, quando il 18 maggio 2020 ci furono le prime riaperture dopo oltre due mesi di lockdown serrato? Le risposte, purtroppo, non sono quelle sperate dopo un anno di pandemia e tutte le chiusure che ci hanno accompagnato finora.

La fotografia attuale

Lunedì 26 aprile per oltre 45 milioni di italiani si è tornati ad una specie di “libertà vigilata” con riaperture di bar, ristoranti, spostamenti tra regioni (soltanto tra le gialle) ed una parvenza di normalità. La matematica, però, non è un’opinione: soltanto pochi giorni fa, prendendo in esame i numeri di venerdì 23 aprile, si è visto che i nuovi casi giornalieri di positivi al Covid sono stati 14.761 contro i 451 del 23 aprile dell’anno scorso; i morti sono stati 342 contro i 99 del 23 aprile 2020, i ricoverati in terapia intensiva 2.929 contro 749, quelli nei reparti ordinari 21.440 contro 10.207. Infine, i casi attivi risultavano 465.543 contro 66.553 (numeri del Corriere). Per tutte e cinque queste voci, come si vede, l’aumento rispetto allo stesso giorno di un anno fa è inequivocabile. Ma come è possibile che, un anno dopo, ci troviamo in una situazione per certi versi peggiore dello scorso anno nonostante le chiusure che, evidentemente, non hanno aiutato? Come si possono commentare questi numeri con quelli di fine aprile dello scorso anno?

“Stiamo molto peggio dell’anno scorso”

“Ho fatto un aggiornamento tra il 27 aprile del 2020 ed il 27 aprile di quest’anno: non guardo mai il dato giornaliero, ma calcolo la media dei sette giorni precedenti per evitare quello che succede sempre quando la domenica si dice ‘i morti sono diminuiti’ ed il lunedì si dice che sono risaliti, così come il tasso di positività che è tipicamente più alto la domenica rispetto agli altri giorni. Facendo il confronto giorno su giorno, oggi stiamo molto peggio dell’anno scorso per quel che riguarda le terapie intensive, ci troviamo il 32.8% al di sopra”, afferma in esclusiva per ilgiornale.it Giuseppe Arbia, professore ordinario di Statistica Economica presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Roma. Il Prof. ci ha spiegato come, ad oggi, “i posti occupati nei reparti di terapia intensiva sono 3.032, il 27 aprile 2020 erano 2.282 (sempre medie settimanali). Come tasso di positività siamo uguali all’anno scorso al 4,7%, mentre siamo al di sotto, per fortuna, per quanto riguarda i decessi: oggi se ne contano 330, il 27 aprile 2021 erano 409 (-19.3%)”. In pratica si assiste ad un aumento delle terapie intensive, i decessi rimangono centinaia al giorno ma, per capire come stiamo, il tasso di positività è uno dei criteri fondamentali. “Si, ma assieme a decessi e posti in terapia intensiva. Il tasso di positività è identico, come conseguenze del virus siamo più o meno nella stessa situazione, anzi direi un po’ peggio quest’anno”, sottolinea Arbia.

“Oggi c’è una percentuale di positività più alta”

Un anno dopo abbiamo una situazione peggiore di quella dell’anno scorso, a giudicare dai numeri. Cosa abbiamo sbagliato? “Il lockdown più duro è stato quello della prima ondata: i risultati al 18 maggio erano il risultato di restrizioni più profonde. È chiaro che si facevano meno tamponi ma la percentuale di positività era dell’1%, adesso si viaggia intorno al 5-6% in base al giorno preso in esame”, afferma al nostro giornale il Prof. Giovanni Di Perri, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Torino svolgerà attività ambulatoriale. Da questo punto di vista, ci spiega l’infettivologo, c’è un terzo della popolazione che non dovrebbe essere suscettibile perché già infettata o vaccinata con almeno una dose. “Ma sui 40 milioni restanti, suscettibili, l’infezione corre molto di più dell’anno scorso e non è la stessa infezione perché si tratta della variante inglese, che contagia molto di più”. È questo, insomma, l’elemento principale dal punto di vista tecnico che differenzia i due periodi. “È una situazione dinamica, ogni giorno il numero di soggetti immunizzati aumenta sia per il contagio ma soprattutto per le vaccinazioni ed in poche settimane potrà cambiare il volto di questo rapporto ma purtroppo le vaccinazioni non sono veloci come il generale Figliuolo vorrebbe e questo processo di immunizzazione va avanti ad una velocità inferiore rispetto a quella desiderata”, aggiunge Di Perri.

Cosa dicono quei numeri

Leggendo i numeri vengono i brividi: mesi di chiusure, mezze riaperture, nuove chiusure, zone rosse e coprifuoco sembrano non essere serviti a nulla o davvero a ben poco. “Certamente quest’anno non stiamo meglio dell’anno scorso e dunque non c’erano i numeri per la ripartenza, per i passaggi in zona gialla di lunedì 26 aprile. Avremmo dovuto essere ancora più cauti”. Cosa è successo, allora? “Ci sono alcune cose che bisogna interpretare: la prima è che sono arrivate le varianti – afferma il Prof. Arbia – il fatto che siamo al di sopra come terapie intensive ma al di sotto come decessi mi fa pensare che in terapia intensiva vanno più frequentemente categorie di individui più giovani rispetto allo scorso anno, che sono meno fragili e che vanno incontro con probabilità più bassa ad un esito letale. Questo accade perché è iniziata la campagna vaccinale”. Effettivamente, tra maggio e settembre dell’anno scorso il virus era giù mutato ma non circolavano tutte le varianti che abbiamo adesso e che sembrano mettere un po’ a rischio anche i vaccini. “L’arrivo delle varianti che colpisce i più giovani e la campagna vaccinale che protegge i più deboli, gli anziani, ci porta a questi numeri. C’è più gente che entra in terapia intensiva ma c’è anche più gente che ne esce”, aggiunge.

I casi attivi

Non dimentichiamoci dei casi attivi: l’anno scorso erano circa 66mila, oggi più di 465mila. “Non ho citato questi numeri perché è cambiato completamente il criterio di raccolta del dato: il numero di tamponi che facciamo oggi non è assolutamente paragonabile a quello dell’anno scorso, per questo motivo guardo soltanto il tasso di positività. Molti di questi 465mila sono asintomatici e sono a casa e l’anno scorso non sarebbero proprio stati rilevati. È vero che stiamo peggio dell’anno scorso, ma non 10 volte peggio. A tal proposito, i nuovi positivi del 27 aprile sono il triplo di quelli dell’anno scorso, ma i tamponi sono più del triplo. È per questo che dobbiamo guardare il tasso di positività che elimina questo effetto”, specifica il Prof. di statistica.

L’indice Rt

Il famoso indice Rt è il parametro che valuta quante persone possono essere contagiate da una sola persona in media e in un certo periodo di tempo in relazione, però, all’efficacia delle misure restrittive. Anche in questo caso, cos’è cambiato rispetto allo scorso anno? “L’Rt nazionale ci dice poco, dobbiamo guardare le situazioni locali. E poi, più passa il tempo e meno mi fido del calcolo dell’Rt perché dipende da troppe scelte soggettive”. Il motivo ce lo spiega chiaramente: Rt non è una grandezza primaria e deriva come output di un modello statistico. Bisogna capire come detto modello viene utilizzato e quali dati vengono utilizzati in input. “Questo parametro è stato stimato un anno fa all’inizio dell’epidemia sui dati della sola Lombardia e da allora è rimasto sempre lo stesso, mentre è verosimile che vari nel tempo e nello spazio. Un altro input del modello è quello degli infetti, i quali sono sistematicamente sottostimati sfuggendo il numero degli asintomatici. Altro elemento rilevante è la lunghezza della serie storica che viene considerata per calcolarlo: se guardo gli ultimi 7 giorni ottengo un risultato, se guardo l’ultimo mese ne ottengo un altro così come se guardo tutta l’epidemia dall’inizio. Mentre nei primi mesi l’anno scorso Rt è stato un indicatore fondamentale, adesso non so quanto possa più essere considerato valido”, specifica il Prof. Arbia.

Quali sono le scelte sbagliate

“Non è adesso che stiamo sbagliando, è in precedenza che siamo stati troppo laschi con le misure” aggiunge. L’errore, forse, è avvenuto durante la seconda ondata, a cavallo delle festività natalizie, che bisognava essere più decisi con le chiusure e continuare a mantenere le restrizioni anche nelle prime settimane del 2021. Oltre a guardare al passato, l’altra cosa che possiamo fare è guardare cosa succede altrove. “Il Regno Unito sta aprendo in maniera decisa ma è stato chiuso dai primi di gennaio fino a qualche giorno fa, ha avuto un lockdown come il nostro della scorsa primavera ed ha attualmente un tasso di vaccinazioni che è circa il doppio del nostro”. Ci però sono due obiettivi che sono in contrasto tra loro: controllare l’epidemia e non far morire l’economia. “L’errore che si è fatto in passato è pensare che uscire in fretta dall’epidemia significa uscirne bene, invece non è così. I Paesi che si troveranno meglio dal punto di vista della ripresa economica saranno quelli che hanno adottato misure più dure prima e, una volta usciti, non rischiano ulteriori ricadute. La cosa peggiore che potremmo fare è quella di allentare troppo le misure oggi e ritrovarci di nuovo nei guai tra qualche mese”, aggiunge Arbia.

“Le aperture? Una scelta politica”

“Il fatto che le riaperture siano state decisioni di matrice politica è evidente, si è deciso di aprire in un momento in cui i dati oggettivi non erano tecnicamente quelli adatti in confronto a quando aprimmo nel maggio dell’anno scorso. Se il confronto è quello, i dati sono molto diversi”, ci dice l’infettivologo Di Perri. Se ci troviamo in questa situazione, che senso hanno avuto tutte le chiusure che si sono susseguite dall’ottobre 2020 fino a pochi giorni fa? “Hanno limitato ma non c’è stata la profondità di azione del primo lockdown – afferma Di Perri – In più, nel mese di febbraio 2021, si è innestata la variante inglese che, a parità di condizioni, aumenta i contagi”. Come dice un report dell’Istituto Superiore di Sanità, il 3 febbraio i casi di variante inglese erano il 12%, il 18 febbraio il 54%, i primi di marzo il 90%. “È stato ai primi di febbraio che la variante inglese si è presa il Paese. Mettendo a latere tutte le considerazioni sui numeri, ad ogni modo, si è riaperto con una variante più contagiosa: se abbiamo preso le misure sul vecchio virus, quelle misure non valgono più perché questo virus contagia di più”, sottolinea.

Insomma, il confronto con le strade vuote di marzo ed aprile del 2020 confrontate con quelle da settembre in poi non regge, è molto diverso: è chiaro che in questi mesi abbiamo avuto un lockdown più soft ma il risultato è sempre lo stesso, molte categorie ne hanno sofferto e la situazione non è certamente migliorata. “Ricordiamoci che la scuola fu totalmente chiusa durante il lockdown mentre nella seconda ondata i miei figli di 9,7, e 5 anni sono sempre andati a scuola salvo quest’ultimo periodo che hanno fatto dad per un paio di settimane”, aggiunge Di Perri. Con l’aumentare delle vaccinazioni, però, a parità di numeri, dovremmo correre meno pericoli. “Se mettiamo progressivamente in sicurezza le fasce d’età più a rischio, una volta immunizzati tutti gli ultra60enni me la gioco, nel senso che a quel punto gli ospedali si saranno svuotati perché l’infezione nei soggetti più giovani determina molte meno ospedalizzazioni e morti. Siamo a metà del guado, che Dio ce la mandi buona”, conclude.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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