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Con lei muore il Novecento. Simbolo della tradizione nel mondo in cambiamento

La regina Elisabetta? No, la Regina e basta. Per tutti, anche per noi italiani. Con il dovuto rispetto per gli altri regnanti o presunti tali, Elisabetta II era nel mondo il simbolo vivente non solo del suo grande Paese, ma del concetto stesso di Monarchia. Perché è vero che lei, a differenza di Luigi XIV (ammesso che la diceria sia fondata), non poteva esclamare in tono di sfida «Lo Stato sono io!»: altri tempi, i suoi, rispetto a quelli del sovrano assolutista francese. E però, nell’immaginario di ognuno, si tendeva davvero ad assimilarla con l’Inghilterra, che ha servito da capo di Stato con poteri limitati, ma con carisma straordinario.

Nel lunghissimo arco temporale del suo regno, forse solo due leader politici britannici hanno saputo brillare di una luce comparabile alla sua: Winston Churchill e Margaret Thatcher. Il primo portava i galloni gloriosi del vincitore contro il nazismo, mentre della seconda si era arrivati a dire che all’apice del suo potere fosse percepita da buona parte del popolo (e probabilmente si percepisse) come una seconda regina, e che non le dimostrasse volentieri il riguardo che le spettava per ruolo. Nei loro incontri istituzionali degli anni Ottanta, con i loro tailleur e le loro borsette, Elisabetta e Margaret sembravano l’una riflessa nell’altra, e si guardavano con una certa freddezza, come se ognuna volesse ricordare all’altra quale fosse il suo posto.

In ambito reale, invece, solo la principessa Diana aveva saputo rubarle popolarità, facendola apparire per una prolungata parentesi una figura anacronistica. Ma poi sappiamo come è andata a finire: Diana, giovane per sempre, è rimasta la Principessa del Popolo, mentre Elisabetta, invecchiata con grazia e fortissimo senso dello Stato, è rimasta benvoluta e rispettata fino al suo ultimo giorno.

Dunque un’icona assoluta del Novecento (e non solo), che se ne va pochi giorni dopo un altro protagonista di primo piano come Mikhail Gorbaciov: uno che la Storia l’ha cambiata, mentre lei ha contribuito a tenere ben fermo un pilastro della Tradizione. Fatta eccezione per i più anziani tra noi, con Elisabetta sul trono di Londra ci siamo nati, o cresciuti, o invecchiati insieme. Settant’anni di regno, appena finiti di festeggiare con il sapore sottile di una nostalgia per qualcosa che esisteva ancora. Settant’anni. Qualcosa di talmente eccezionale da far sospettare in lei l’immortalità. Il mondo cambiava, ma lei rimaneva, immagine di stabilità e senso del dovere. Quando salì al trono, in seguito alla morte improvvisa e precoce del padre Giorgio VI nel 1952, era una quasi ragazza venticinquenne. I suoi pari di allora sono finiti da un pezzo nei libri di Storia: il dittatore sovietico Stalin, quello cinese Mao, il presidente americano Eisenhower, quello francese De Gaulle, papa Pio XII e via elencando. Ricevendo la corona, aveva subito chiarito che il suo sarebbe stato un servizio per la vita, e ha mantenuto la parola: ancora tre giorni fa riceveva il premier uscente Boris Johnson e la sua succeditrice Liz Truss, apponendo il suo sigillo al quindicesimo passaggio di consegne a Downing Street del suo regno.

Elisabetta è vissuta talmente a lungo da essere ricordata soprattutto come anziana (il che le fa torto, se si pensa a quanti passaggi delicati abbia dovuto gestire quando anziana non era). Certamente, tutti si sono chiesti perché abbia ostinatamente rifiutato di cedere lo scettro al figlio Carlo, diventato nell’attesa il più anziano erede al trono della Storia. In una delle tante biografie non autorizzate, si legge che suo marito Filippo avrebbe confidato ad amici che fosse una fortuna che sua moglie la regina fosse di famiglia assai longeva (sua madre visse quasi 102 anni) «perché così si eviterà il più a lungo possibile di vedere nostro figlio al suo posto». Sincerità o cattivo gusto? Diciamo che la regina aveva come il sentore che la monarchia britannica potesse morire con lei, e ha cercato in ogni modo di evitarlo. God save the King.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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