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Comunali, la prova più attesa per Pd e M5S nella Napoli del maxi buco

di Gian Antonio Stella

L’ex ministro Gaetano Manfredi, sostenuto da Pd e M5S, sfidato da Catello Maresca per il centrodestra. L’incognita dell’ex sindaco e governatore Antonio Bassolino


L’ingegner Gaetano Manfredi
, essendo appunto napoletano ma ingegnere, non crede alla «triscaidecafobia». Un altro, al posto suo, avrebbe reagito come Giovanni Leone che, salito su un elicottero per vedere dall’alto l’apocalisse del Vajont, fermò subito il pilota: «Un momento: siamo in tredici». E non ci fu verso di decollare, narrano, finché quelli a bordo non furono ridotti, col pilota, a dodici. Lui no, l’ex rettore della Federico II ed ex ministro dell’Università, specializzato in «comportamento non lineare di strutture composte acciaio-calcestruzzo», della paura del «numero tra il 12 e il 14» come lo chiamano dagli Stati Uniti alla Cina, se ne infischia. E sventola soddisfatto la bellezza di tredici liste che lo sostengono alle Comunali e coprono gran parte dell’universo conosciuto della politica italiana. Da «Napoli Solidale» che rappresenta Socialisti, Sinistra Italiana, Articolo 1 e insomma la sinistra radicale («Ottima candidatura», ha detto subito Nicola Frantoianni) ai berlusconiani dissidenti della lista «Azzurri per Napoli», organizzata dall’ex coordinatore cittadino di Forza Italia Stanislao Lanzotti.

Imbarazzi? Zero, ha spiegato l’aspirante sindaco: «Abbiamo una coalizione di centrosinistra progressista che guarda alla politica di oggi, in cui c’è anche la presenza di forze centriste e moderate che portano un contributo importante dal punto di vista programmatico». Né si sono levati cori o almeno mugugni di dissenso (a parte quelli di Matteo Brambilla, ingegnere, brianzolo di Monza, laureato al Politecnico, napoletanizzato per amore e capolista di «Napoli in movimento. No alleanze») da parte di quei grillini che fino a pochissimi fa erano nemici per la pelle del Cavaliere, sul quale Beppe Grillo poteva passare serate intere snocciolando battute, da «Psyconano» a «Testa d’asfalto». Anzi, Giuseppe Conte, che guida oggi il Movimento e si picca d’avere scelto lui quel ministro dell’Università nel «suo» secondo governo e d’averlo nuovamente individuato come l’uomo giusto per mettere d’accordo sotto il Vesuvio i pentastellati e i democratici, torna e ritorna appena ha qualche ora libera.

A Napoli, del resto, c’è la posta più alta della scommessa sull’alleanza del futuro tra M5S e Pd. Tanto che lo stesso Conte, d’accordo con Enrico Letta, ha subito tranquillizzato l’aspirante primo cittadino sul punto più dolente, cioè l’immenso buco finanziario che, se eletto, dovrà gestire: 2,7 miliardi di euro. Una voragine da togliere il sonno. Causata non solo, ovvio, da sindaco arancione Luigi de Magistris (troppo comodo sarebbe rovesciare tutte le colpe su di lui) ma da troppe gestioni scellerate nel passato più o meno recente.

Certo è che tira un’aria così (apparentemente) favorevole a Manfredi, cui viene perdonato perfino l’imperdonabile difetto di essere juventino (ogni rimonta bianconera è matematicamente impossibile prima del voto di domenica) che l’ex rettore, se avesse voluto, di liste avrebbe potuto anche farne di più. Tanto più davanti al fuggifuggi di chi senza arrossire è sceso dal cavallo non più vincente del sindaco uscente, scusate il bisticcio, per offrirsi al nuovo (probabile) destriero. Intoppi? Pochi. Salvo le critiche, sacrosante, al suo rifiuto di confrontarsi in pubblici dibattiti con gli avversari. Una figuraccia. Indegna di chi viene dall’università: è tutto, il confronto.

Della maggioranza arancione che per un decennio ha governato la città tirandosi addosso lodi e insulti su temi controversi (dalle promesse mancate sulla «differenziata» al rilancio turistico grazie all’invisa America’s Cup fino al «Lungomare liberato») resta solo la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. Ricordate? È la figlioletta di Silvia Ruotolo, uccisa nella primavera ‘97 in una sparatoria sotto casa fra camorristi, e scrisse allora un tema bellissimo dove parlava di Napoli come di una città che cammina strana «come un gambero». Cresciuta, laureata in legge, tornò 7 anni fa da New York per amore della città, per mostrare di «saper affrontare la fatica della propria storia» e perché de Magistris voleva affidarle l’assessorato ai giovani. Oggi prova a «viaggiare da sola» coi movimenti civici, Dema e altre liste di sinistra, ma forse un po’ delusa da «Gigino», troppo impegnato a farsi eleggere in Calabria per darle una mano (ammesso che servisse) in quella che era la sua «arte»: la propaganda elettorale.

Propaganda che non sembra, al contrario, l’arte di Catello Maresca, il magistrato per anni alla Dia, nemico giurato della camorra, ipotizzato come avversario di De Luca alle ultime Regionali, contestato per il fervore «politico» coltivato prima d’andare in aspettativa, suggerito come sindaco unitario da Mara Carfagna, Maresca pareva partito col piede giusto. Basti rileggere Matteo Salvini: «È una grande opportunità che parte dal basso. Il centrodestra non deve farsela sfuggire». Meno convinta Giorgia Meloni, che puntava sul figlio dell’ex governatore Antonio Rastrelli. Tormentone, trattative, accordo. A quel punto, però, ecco i guai. A partire dalla tragicomica telenovela delle liste. Uno sbaglio dietro l’altro fino all’esclusione di 4 liste: due civiche dello stesso Maresca, «Prima Napoli» collegata alla Lega di Salvini e il «Movimento quattro zampe-Partito animalista». Le motivazioni del Tar e del Consiglio di Stato: erano piene di errori. «È vulnus per la democrazia», si è subito sfogato il giudice in aspettativa. Ovvia e immediata la risposta del Consiglio di Stato: una bacchettata durissima. E intanto Salvini e la Meloni han deciso di far campagna altrove. Seccante, condividere una probabile sconfitta.

E così, nel caos del fronte ostile a Manfredi, ha continuato a crescere e crescere il nome del più conosciuto di tutti i candidati. Quello di Antonio Bassolino. Il quale, reduce da 19 sentenze a favore su 19 processi, superati prendendosi lo sfizio di rinunciare alle prescrizioni per puntare all’assoluzione piena, dice di attendere ancora da quello che era stato sempre il suo partito («Avevo 6 anni e abitavo in un palazzo di Afragola, dove c’era la sezione Gramsci del Pci. Il giorno della morte di Stalin arrivarono le mogli dei braccianti tutte vestite di nero, con fiori e candele: piansero per ore, come in una veglia funebre…») una parola di scuse: «È stato un errore non aggiungere alla “fiducia nella magistratura”, la “fiducia in Bassolino”». Non urla. Non sgomita. Non rinuncia a un incontro. Aspetta. Anche gli altri aspettano: come andrà?

27 settembre 2021 (modifica il 27 settembre 2021 | 23:10)

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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