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CINGOLANI, SÌ AL NUCLEARE/ La libertà di mandare in discarica lo pseudo-ambientalismo

“Abbiamo un mondo a tre velocità”, dice agli amici, pressappoco con queste parole, Roberto Cingolani, scienziato: “Unione Europea, Stati Uniti e Giappone hanno 1 miliardo di abitanti e producono il 40 per cento dell’anidride carbonica, la CO2, che viene immessa in atmosfera. Cina, Russia e India ne producono di più, il 50%, ma hanno 3 miliardi di abitanti. Il resto del mondo ha 4 miliardi di persone e producono solo il 10% dell’anidride carbonica. Ecco: certi ambientalisti dovrebbero capire che la transizione ecologica non può essere solo un problema di energia e monopattini ma di antropologia, sociologia, economia, etica e soprattutto sopravvivenza!”.

Il day-after dello scienziato Cingolani sarebbe pieno soltanto di apprezzamenti e discettazioni tecniche – e non di polemiche e critiche – per la sua provocazione dell’altro ieri, quell’appello al nucleare pulito e sicuro che in più parti del mondo si studia sperando di farne un’alternativa più rapida e stabile e praticabile delle mitiche energie rinnovabili.

Considerazioni di chi sa, essendo scienziato, che, per carità, le rinnovabili servono e sono da promuovere, ma non potranno svilupparsi con la rapidità necessaria a sostituire in toto le fonti fossili di energia, che generano la CO2 e aggravano il cambiamento climatico che sta flagellando già il mondo in queste settimane d’estate, ultima devastazione a New York, segno di un processo ormai talmente avanzato da far temere che sia tardi per fermarlo.

Ma Cingolani non è soltanto uno scienziato: è un ministro, il ministro per la transizione ecologica, tra i più importanti e incisivi del governo Draghi, cioè del primo governo italiano da trent’anni a questa parte almeno che suscita rispetto e considerazione in tutto il mondo. Ed un ministro capace di dire a testa alta verità così pesanti e politicamente scorrette, indifferente alle ipocrisie della partitocrazia rinnovata anzi rifondata dal peggiore dei movimenti politici nati in Italia dopo il fascismo, cioè il grillismo, non s’era mai visto. Per questo: apriti cielo. Polemiche, critiche, indignazione da chi si sente chiamato in causa nel novero degli ambientalisti radical-chic che nuocciono all’ambiente quanto gli inquinatori. Ma “queste cose ‘amare’ vanno spiegate, se no i giovani pensano che sia un giochino”, conclude Cingolani commentando a mente fredda e in privato la polemica.

Avercene. Avercene e che durino, personaggi così: capaci di governare, o almeno provarci, all’insegna della verità, e indifferenti ai salamelecchi del gattopardismo italiano. E la levata di scudi degli ambientalisti radical-chic, oggetto della sua invettiva, contro Cingolani è una medaglia al valor civile della trasparenza.

Poi, certo: si potrà eccepire che c’è ben poco di “chic” nel mondo puerile e nel modo incompetente di comportarsi che distingue tanti ambientalisti all’amatriciana. Non è soltanto della sinistra salottiera quel naso all’insù, indignato e inoperoso, che per massimalismo inattuabile ha aggravato i problemi ambientali italiani. Quel no radicale (non chic) ai termovalorizzatori, ad esempio, che costituì il cavallo di battaglia dei primi sindaci grillini: fondato sull’incompetenza dell’“uno vale uno” e rinnegato clamorosamente e rapidamente da tutti i sindaci pentastellati in buona fede appena poterono rendersi conto di quanto quegli aggeggi servano per liberare le nostre città da rifiuti, quel “no” da bambini viziati potrebbe essere il simbolo del modo sbagliato di difendere l’ambiente (il caso Pizzarotti a Parma fa testo).

Ma forse c’è anche un pieno fondamento per l’invettiva contro la componente “chic” che quell’atteggiamento pseudo-ambientalista rivela. Ovvero: come può l’Occidente ricco – quel miliardo di persone (su quasi 8) che nei Paesi di antica ricchezza producono il 40% di tutta l’anidride carbonica che ci sta avvelenando – pretendere che di punto in bianco i 3 miliardi di persone che producono un ulteriore 50% di CO2, cioè molto meno di noi, pro-capite, tornino nelle caverne per salvare noi, o anche noi, condannando se stesse a stare al buio o al freddo e a rinviare lo sviluppo, la crescita e il conseguimento di un più pieno benessere?

Non accadrà mai. E se non si potrà convertire l’ambientalismo del “no” ad un approccio deciso ma pragmatico, presto resterà solo il broncio di Greta a suggellare la sconfitta del tardivo impeto mondiale contro il climate change.

Cingolani – uno dei pochi, ma non il solo per fortuna – che crede al rischio climatico e lo paventa ma sa anche che non sarà la chimera della decrescita felice a sventarlo, ha avuto il merito morale – e la colpa politica, secondo però le metriche del secolo scorso – di dire la verità, richiamando tutti al realismo e, insieme, all’azione difensiva possibile: che consiste appunto nel ricorrere a tutte – tutte! – le energie pulite possibili. Compresa quella nucleare, abbandonata in vari Paesi del mondo ma non in tutti e ormai scientificamente più stabile sicura e dunque innocua di tante altre.

Certo, la sindrome cinese fa paura. Certo, il ricordo di Chernobyl è vivo in tanti di noi, come il terrore che sorse nel mondo per l’incidente di Fukushima. Ma il progresso non può essere fermato in nome di soluzioni impraticabili, per poi dolersene a distanza di poco, di tre o quattro anni inconcludenti nella lotta alle emissioni, come inconcludenti si stanno rivelando questi mesi che hanno fatto seguito alle recenti prese di posizione della comunità internazionale.

Il pianeta non può permettersi politiche ambientali ipocrite. E sono tali tutte quelle che per predicare, con durezza e purezza, il perseguimento del sommo bene, lasciano germinare intorno a sé infiniti mali che vanificano giorno per giorno qualunque progetto, qualunque tentativo, riducendoli a sogni infantili. Poi, certo, a qualcuno di memoria migliore torna alla mente quella prodezza di ipocrisia di un famoso ex governatore della Sardegna, promulgatore di una legge che vietava edificazioni entro i 300 metri dal mare ma proprietario di una villa sulla spiaggia di Villasimius, poi venduta per la bellezza di 24 milioni di euro: Renato Soru. Ma è inutile scrivere sulla lavagna i buoni e i cattivi, mentre per la prima volta l’acqua del mare spazza le avenue di New York mietendo decine di vittime, come si pensava potesse accadere soltanto a New Orleans. Quel che forse è ancora utile è dire la verità e lavorare con coerenza per le difese possibili, tutte.

Forza, ministro.

P.S.: i no-nuke ricordano i no-vax. Opposizione ideologica, radicata nell’ignoranza, ai vantaggi che può portarci l’innovazione scientifica. Come convincerli che sbagliano?

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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