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Cairo: “Gazzetta, un orgoglio. Era nel mio destino”

Il presidente di Rcs: “Da ragazzino la leggevo fantasticando sul calcio e i suoi campioni. Per restare sulla breccia così a lungo serve un rapporto con i lettori straordinario. Eliso Rivera, uno dei fondatori del giornale, era di Masio, il paese di mio papà. E mio nonno Urbano è nato proprio nell’aprile del 1896”

Gianni Valenti

Urbano Cairo, 63 anni, è presidente e amministratore delegato di Rcs Mediagroup, la società che edita la Gazzetta dello Sport, dall’estate del 2016. È anche al vertice di Cairo Communication, il gruppo che tra le altre attività detiene La7. Da sempre uomo di sport, è presidente del Torino dal 2005.

Presidente, la Gazzetta dello Sport compie 125 anni. Che emozione le regala questa ricorrenza?

“Non c’è dubbio che 125 anni per un giornale siano un periodo veramente lungo e restare sulla breccia per tutto questo tempo vuole dire essere riusciti a costruire un rapporto con i propri lettori straordinario. Lettori che oggi si sommano: a quelli della carta si sono aggiunti gli utenti unici del sito gazzetta.it che sono in costante crescita. Essere da quasi cinque anni l’editore della Gazzetta è una cosa che mi inorgoglisce molto. E in questa occasione desidero ricordare le migliaia di giornalisti che ci hanno lavorato negli anni e i direttori che si sono succeduti alla guida. Ci sono molti aggettivi che messi insieme danno l’idea di cosa è stata ed è la Rosea: attendibile, autorevole, affidabile, credibile, interessante, utile, divertente ed emozionante. Ed è un giornale che ha saputo reagire molto bene alla pandemia. L’anno scorso quando lo sport si è completamente fermato ha avuto una grande capacità di rimanere a galla. Poi è ripartito con buoni risultati. Adesso, appena riusciremo a voltare pagina grazie alla campagna vaccinale e riapriranno i bar, torneremo anche a quella convivialità che è una delle sue caratteristiche peculiari. Rivedremo più persone che discutono di sport davanti a una copia della Rosea”.

I due fondatori, Eugenio Camillo Costamagna ed Eliso Rivera, erano di origini piemontesi come lei. Ci ha mai pensato?

“È vero, Rivera era addirittura di Masio, il paese che ingloba la frazione dove è nato mio papà. Lì ho trascorso tante estati e vado spesso con la mia famiglia. E le aggiungo che mio nonno Urbano, da cui ho preso il nome, è nato proprio nell’aprile del 1896, il giorno 24. Insomma, era proprio destino che prendessi la Gazzetta”.

Per una meravigliosa coincidenza la Gazzetta nasce alla vigilia dell’Olimpiade di Atene, la prima dell’epoca moderna. Nell’editoriale del primo numero Costamagna, riferendosi a quegli anni, scrive tra l’altro: “Per trattare lo sport bisogna sentirsi in grado di correre con i tempi, prevedere… I giornali sportivi non devono soltanto fornire notizie, commentare il progresso, registrare il successo. No, essi devono predire”. Un concetto attuale non crede?

“Sicuramente. Le notizie restano fondamentali però oggi sono coperte dal digitale minuto dopo minuto. Il giornale cartaceo deve andare oltre, analizzare i temi in discussione, avere delle opinioni, fare previsioni. E magari comparare le news con ciò che accade in altri sport o in altri Paesi”.

La prima volta che ha sfogliato la Rosea?

“Da ragazzino. Adoravo leggere, passavo del tempo sul Corriere, il quotidiano che c’era in casa, seguivo la Notte, il giornale del pomeriggio che arrivò a vendere 250mila copie e aveva in Nino Nutrizio un direttore straordinario. E ovviamente leggevo la Gazzetta che mi andavo a comprare. Ero appassionato di calcio e fantasticavo sui suoi campioni. Il primo tra tutti era Gianni Rivera e per gioco facevo finta di interpretarlo in interviste immaginarie. Un altro calciatore che mi piaceva molto è stato Gigi Meroni. L’ala destra del Toro portava il numero 7. Io nella Pro Sesto giocavo nel suo ruolo e avevo lo stesso numero di maglia”.

Dal 2008 sotto la nostra testata c’è lo slogan “Tutto il rosa della vita”. Come lo si può interpretare?

“È bello, perfetto se lo avviciniamo alla situazione che stiamo vivendo. È un messaggio di positività e rinascita, ci fa guardare al bicchiere mezzo pieno in momenti di difficoltà. Allo stesso tempo lo leggo come un invito a una maggiore inclusione delle donne nella vita lavorativa e anche nello sport. Hanno delle qualità notevolissime ed è giusto che possano ricoprire ruoli più importanti nella società. Possono dare un contributo molto forte nella vita di tutti i giorni: in politica, nelle imprese, nelle professioni. Hanno un modo di vedere le cose un po’ diverso da noi uomini, molto interessante. E poi si sono appassionate sempre di più allo sport, sia come tifose sia come praticanti. Prendiamo il calcio femminile per esempio: sta crescendo moltissimo e coinvolge in modo sempre maggiore. Noi al Toro abbiamo un buon settore giovanile e una squadra juniores, ma sto pensando di fare di più”.

Torniamo al rosa e più precisamente alla carta. Diventa di questo colore, abbandonando il verde, nel gennaio del 1899. Una scelta che si è rivelata anche una straordinaria operazione di brand.

“Al tempo non c’erano le sofisticate strategie di marketing odierne, ma i nostri fondatori furono bravi a capire quanto potesse essere giusto differenziarsi dagli altri giornali generalisti. È un qualcosa che negli anni ha contraddistinto la Rosea in modo incredibile. A volte da idee semplici come questa nascono scelte che hanno una grandissima forza”.

C’è una prima pagina che ricorda con particolare affetto?

“Due su tutte: il ‘Tutto vero!’ che nel 2006 celebrava la vittoria ai Mondiali di Germania e il ‘Campioni del mondo!’ del 1982 con il trionfo degli azzurri di Bearzot a Madrid”.

Ci tolga una curiosità: al mattino sfoglia prima la Gazzetta di carta o quella digitale?

“Il digitale è importantissimo ma leggo prima la Gazzetta cartacea assieme al Corriere. Sfogliare il giornale è un piacere che voglio assaporare subito”.

L’avvento dei nuovi media ha portato a un modo diverso di raccontare lo sport. La cara vecchia carta che ruolo potrà e dovrà svolgere in futuro?

“Il giornale di carta deve avere l’obiettivo di migliorarsi costantemente. Deve mantenere il suo ruolo di approfondimento e commento delle notizie. Ma allo stesso tempo ha la necessità di far sua quella freschezza, quella vivacità e sinteticità proprie del web. Le pagine devono essere arricchite da curiosità, retroscena, spunti e brevi interviste”.

La pandemia di Covid 19 ha accelerato la transizione verso il digitale. È una strada a senso unico?

“Direi che è una strada tracciata. Il digitale ha tanti vantaggi, il primo dei quali è avere le notizie in tempo reale. Inoltre è molto interessante l’interazione tra il giornalista che scrive l’articolo e i lettori che lo commentano. Questo è un aspetto importante che merita di essere ancor più sviluppato. Ma ciò non vuole dire che la carta non possa continuare ad avere un peso rilevante nell’informazione”.

Presidente, torniamo all’inizio della nostra storia. La prima copia della Gazzetta, il 3 aprile del 1896, nasce dalla fusione tra il settimanale “Il ciclista” e il bisettimanale “La Tripletta”. Il ciclismo era subito nel nostro Dna…

“Certo, è un seme che si è sviluppato tanto negli anni. Il ciclismo all’epoca era molto popolare perché la gente andava in bici, le auto erano rarissime. E poi c’erano i grandi campioni capaci di imprese epiche. Anche per questa ragione la Gazzetta, tredici anni dopo la sua nascita, ha pensato di ideare e organizzare il Giro d’Italia”.

Una competizione popolare unica quella organizzata da Rcs Sport, con la maglia Rosa che quest’anno compie 90 anni. Qual è il segreto?

“Dal 2017 a oggi ho seguito da vicino quattro Giri e abbiamo sempre avuto, come negli anni precedenti, milioni di persone che hanno visto la corsa sulle strade. Anche lo scorso ottobre, pur con le limitazioni imposte dalla pandemia, c’erano tanti appassionati lungo il percorso o alle finestre delle case. Il perché è presto detto: il Giro d’Italia riunisce il Paese ed è un grande biglietto da visita per l’estero. Ci sono nazioni importanti come è stato per Israele, l’Irlanda del Nord, l’Olanda, la Danimarca, il Belgio, la Grecia, la Francia e la stessa Ungheria, poi fermata dalla pandemia, che hanno investito cifre significative pur di avere la grande partenza. Questo consente a centinaia di migliaia di persone di vedere le bellezze di quei territori nei 196 Paesi del mondo che seguono l’evento in tv. E generalmente l’effetto Giro si nota subito dopo la fine della corsa portando a un aumento del turismo. Ciò naturalmente vale a maggior ragione per noi. Per questo auspico che l’Italia diventi sempre più orgogliosa di avere una simile manifestazione”.

La Gazzetta dello Sport è un sistema integrato: il quotidiano, il web, i social, il settimanale Sportweek, i G Magazine. Ma anche gli eventi. In particolare i Gazzetta Sports Awards e il Festival dello sport. Un format quest’ultimo che nelle prime tre edizioni ha riscosso un grande successo. Perché secondo lei?

“È un evento davvero ricco, dove c’è la possibilità di vedere i più grandi campioni e dirigenti sportivi del presente e del passato. Ha dato la possibilità a chi l’ha seguito dal vivo piuttosto che in digitale di divertirsi e apprendere cose nuove, di emozionarsi ancora davanti a dei campioni amatissimi. Un esempio per tutti è stato lo show sull’Inter del Triplete nel 2018: fu davvero straordinario”.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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