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Avviare bambini e ragazzi allo sport: una guida per destreggiarsi tra luci e ombre dell’agonismo

Il terremoto che sta scuotendo il mondo della ginnastica ritmica dopo la denuncia dell’ex Farfalla azzurra Nina Corradini a Repubblica e di diverse altre colleghe a seguire, ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di insulti per il peso, minacce fisiche e abusi psicologici subiti durante gli allenamenti da atlete italiane di ogni ordine e grado. Sono ombre terribili, che serpeggiano in modo subdolo in ambienti in cui a regnare dovrebbero essere, invece, accoglienza e fair play. Il caso ha sconvolto gli appassionati della disciplina, ma ha anche aperto diversi interrogativi nei genitori alle prese con i percorsi sportivi dei propri figli, che prendono il via solitamente alle scuole elementari e, in caso di talento e predisposizione, imboccano tendenzialmente la svolta agonistica nel periodo delle medie.

Come scegliere, innanzitutto, lo sport più adatto per loro? E come aiutarli a vivere nel migliore dei modi un’esperienza che nasce come gioco e divertimento e, con l’agonismo, acquisisce una connotazione ben più impegnativa? Di questi aspetti propedeutici, ma anche dei segnali da cogliere per individuare una situazione di disagio nel bambino che è meglio non ignorare, abbiamo parlato con un medico sportivo e uno psicologo dello sport.

Avviare i bambini allo sport: come iniziare

Il dottor Daniele Mozzone, medico sportivo presso l’Istituto di Medicina dello Sport di Torino e direttore sanitario del Torino FC, ci ha spiegato che, in maniera precoce, quindi già alle scuole elementari, è possibile notare la predisposizione generale del bambino nei confronti dell’attività fisica in termini di coordinazione, velocità ed equilibrio. Solo successivamente si entra nello specifico delle caratteristiche richieste da un dato sport valutando ad esempio altezza, forza o talento specifico a seconda della disciplina. «L’ideale», sostiene il dottor Mozzone, «è che i bambini, in questa fase, vengano lasciati liberi di provare sport diversi evitando l’eccessiva settorializzazione: in questo modo sono messi nelle condizioni di sviluppare capacità cognitive e motorie globali e al contempo scoprire predisposizioni e attitudini che possano essere successivamente potenziate».

L’idea da superare, secondo il dottore, è che i bambini debbano iniziare presto a concentrarsi su un unico sport per poter approdare all’agonismo a un’età consona, senza perdere tempo. «È corretto dire che i bambini sono più malleabili da un punto di vista neuromotorio e che in giovane età è possibile apprendere schemi motori in modo molto più rapido che in adolescenza. Iniziare prima con l’attività fisica specifica orientata all’agonismo ha senz’altro i suoi pregi da un punto di vista tecnico. Ma, dal punto di vista medico sportivo», spiega l’esperto «iniziare ad allenarsi in modo intenso quando si è troppo giovani, col rischio di alterare i ritmi biologici di crescita, può diventare controproducente a lungo termine». Bisogna essere sicuri, secondo il dottor Mozzone, «che il bambino sia in possesso delle capacità motorie di base fondamentali per sopportare l’aumento di carichi di lavoro che il passaggio all’agonismo comporta». Oltre che della passione e della motivazione adeguata per continuare su questa strada. Valutazioni, queste, a carico dell’allenatore e di chi segue il piccolo atleta in fase di pre-agonismo, con la collaborazione dei genitori. «Se non sono presenti queste basi, sia su un piano fisico che psicologico, l’ideale sarebbe rimandare il passaggio all’agonismo a quando saranno state colmate le lacune. Il rischio è che il bambino sia impreparato a rispondere ai nuovi ritmi e decida di lasciare lo sport in modo prematuro perché non ce la fa a sostenerli».

Come procedere, dunque, appurato, da un punto di vista medico-sportivo, che il ragazzo è pronto a fare questo salto impegnativo? «La discriminante è sempre la competenza dei tecnici che lo accompagnano. Il passaggio all’agonismo consiste in un aumento dei carichi di lavoro e delle richieste fisiche ed emotive correlate. L’approccio, da ludico e ricreativo, passa a essere finalizzato a un risultato. Il tecnico che segue questo passaggio deve essere bravo a calibrare tempi e modalità di adattamento a questi nuovi carichi su ciascun atleta, perché un passaggio troppo brusco può essere controproducente».

Grandi abbastanza? La sfida dell’indipendenza per genitori e figli

Tra le figure professionali da individuare in un centro sportivo per sentirsi rassicurati rispetto al delicato passaggio all’agonismo, il dottor Mozzone ci ha detto che l’ideale, oltre all’allenatore, è sicuramente la presenza di un preparatore atletico. «Deve essere una figura competente nello sport di cui si parla, esperto nella preparazione fisica ma anche formato rispetto alla fisiologia di soggetti in fase di accrescimento come sono i bambini e i ragazzi», ci ha spiegato il dottore. «Infine, quando l’attività si intensifica e, di conseguenza, il rischio di infortuni aumenta, può essere utile la consulenza di un medico sportivo che possa seguire gli atleti in caso di necessità e con cui tecnici e preparatori possano confrontarsi, ad esempio, riguardo le strategie di prevenzione degli infortuni».

Sport ed emozioni: l’approccio multisport

Il caso delle atlete della ginnastica ritmica ha reso evidente che le ferite di chi ha attraversato un periodo di abusi psicologici perpetrati da una figura di riferimento importante come l’allenatore, in un contesto che dovrebbe essere di crescita e di accoglienza, sono per lo più invisibili. E pesano, a lungo termine, non solo sulla carriera sportiva, ma anche a livello personale, sul piano del benessere mentale. Il dottor Edoardo Giorgio Ciofi Psicoterapeuta e Psicologo dello Sport presso B-Skilled, che si occupa di formazione e supporto su più livelli in ambito sportivo, ci ha confermato che l’approccio multisport, che è già una realtà a regime negli Stati Uniti o nei Paesi Scandinavi, è, anche da un punto di vista psicologico, oltre che da quello medico-sportivo, quello più efficiente. «Se è vero che ci sono degli sport in cui la precocità è funzionale alla tecnica, come ad esempio avviene nella ginnastica, ci sono anche diverse discipline in cui posticipare l’avvio all’agonismo non è poi un grosso problema. Fino ai 10, 11 anni, si possono tranquillamente far provare ai bambini diverse realtà, assecondandone gusti e potenzialità».

I perché dei bambini. Quando le domande fanno crescere anche i genitori

Ma come capire se il bambino è pronto a fronteggiare, da un punto di vista emotivo, le sfide di un’attività di tipo agonistico, l’ansia delle gare, la pressione della sconfitta e della competizione? Il dottor Ciofi ci ha detto che «genitori e allenatori devono essere bravi a non forzare il bambino quando questi non vuol gareggiare, ad esempio, senza accusarlo di essere troppo debole o poco pronto fisicamente e mentalmente». Insomma, sono le aspettative degli adulti, spesso, a fare da cassa di risonanza per le frustrazioni del piccolo atleta. «Il modo più efficace per evitare che ciò accada è ascoltare e osservare il bambino e i segnali che invia per comunicare che non se la sente di passare all’agonismo o non è pronto – oppure semplicemente non ha voglia – di cambiare ritmo o modalità di allenamento».

Aiutarli ad accogliere la frustrazione

Gli abusi ricevuti dalle atlete della ginnastica ritmica, come confermato dalle dirette interessate nelle loro testimonianze, puntavano in particolare sulla fisicità, sul peso e sull’impossibilità di seguire un’alimentazione equilibrata a favore di digiuni impossibili e deleteri su fisici in crescita come quello delle ginnaste, tutte minorenni all’epoca dei fatti.

Il tema della frustrazione rispetto a prestanza e aspetto fisico, che, in casi estremi, può anche diventare la miccia di disturbi alimentari o malesseri psicologici a lungo termine, è molto caro alla psicologia dello sport, come ci ha detto il dottor Ciofi. «L’agonismo e lo sport in generale aiutano i bambini e i ragazzi a stare nella frustrazione, ad accoglierla e a usarla come spinta alla crescita» ci ha detto il dottore, «ma il limite tra frustrazione e disagio o addirittura umiliazione non deve essere mai superato». Ogni sport, secondo l’esperto, mette in moto e affina caratteristiche fisiche, tecniche e mentali: quando una delle tre manca in un dato periodo, il ragazzo può essere spinto a focalizzarsi sulle altre due, ad esempio investendo sulla sua capacità di gestire lo stress o la competizione, oppure sugli aspetti più tecnici. «Dal punto di vista degli adulti, aiuta anche non addossare la pressione della vittoria a tutti i costi sui bambini e ragazzi: se le aspettative scendono, anche i livelli di frustrazione tendono ad abbassarsi».

Individuare il disagio

«L’attenzione del genitore, soprattutto in contesti molto competitivi, deve essere sempre alta», ci ha detto il dottor Ciofi. «A volte si tende, anche inconsciamente, a non vedere i segnali di un disagio perché ci si convince che si tratti solo di difficoltà passeggere, capricci o stanchezza». In realtà, ad esempio quando la pressione sportiva preme sull’aspetto fisico e su un peso non “adeguato” secondo standard impostati dall’allenatore o dal preparatore atletico, i primi segnali si possono notare già a tavola. «Un conto è supportare un ragazzino nel proposito di mantenersi in forma e in salute, un altro è ignorare che sta vivendo un rapporto disfunzionale col cibo, che salta i pasti o si priva in modo ricorrente di pietanze che gli piacciono».

Infine, intorno ai 15 anni, è possibile che la pressione sociale che spinge gli adolescenti a cercare nel gruppo di amici le conferme tipiche di quell’età, li allontanino da uno sport per cui pure mostravano passione. «Si tratta di un epilogo possibile e naturale, che andrebbe assecondato se il ragazzo è sicuro della scelta e non mostra rimpianti».

I link per iscriversi:

La Repubblica

La Stampa

Il Secolo XIX

Messaggero Veneto

Il Mattino di Padova

Corriere delle Alpi

Tribuna di Treviso

La Nuova Venezia

Il Piccolo

Gazzetta di Mantova

La Provincia Pavese

La Sentinella del Canavese

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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