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Arriva la leggenda Hinault. Uomo da grandi imprese

Il bretone vincitore di 5 Tour, 3 Giri e un Mondiale sarà protagonista venerdì prossimo in Sala Buzzati

Una leggenda, uno dei più grandi corridori di tutti i tempi, aprirà il Festival dello sport venerdì 9 ottobre alle 10 in Sala Buzzati, a Milano. Un campione dal soprannome atipico: il Tasso. Come atipico è il personaggio che non le manda mai a dire. Bernard Hinault è uno tutto d’un pezzo, oggi come allora, quando vinceva a ripetizione i Tour de France (5), magari accoppiandoli al Giro d’Italia (3), tra un titolo mondiale e i trionfi in qualche classica monumento. In ogni caso, dopo di lui, nessun altro francese è riuscito a tagliare il traguardo sugli Champs Elysées in maglia gialla. Una sorta di tabù che dura dal 1985.

Marchio

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Il nomignolo affibbiatogli da un paio di colleghi fu intercettato da alcuni giornalisti e divenne il marchio di fabbrica di un corridore che con il tasso condivide alcuni tratti di carattere, come ricorda il diretto interessato: «È un animale che mi piace mi somiglia. Se infastidito magari si rintana, ma quando esce morde». E Hinault sapeva mordere, fin dagli esordi quando ventenne si presentava con i capelli lunghi, i calzini tricolori e delle bici non proprio da campione. Ma alla fine vinceva lo stesso, il bretone doc, che non abbassava mai lo sguardo. Come quando si presentò al primo Tour de France, nel 1978. E non per fare la comparsa, nonostante fosse quasi un novizio: «E quando salii per la prima volta sul podio – ricorda ancora con emozione il francese – con la maglia gialla addosso, mi resi conto che stavo realizzando un sogno d’infanzia. Era una maglia di lana spessa, e puzzava alla fine di ogni tappa, ma me la sono tenuta, penso di averla ancora in qualche armadio a casa».

Seconda patria

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Da quel giorno di luglio, comunque, Hinault in giallo ci andò altre 78 volte: «Le ricordo tutte con la stessa intensità, perché erano il frutto delle mie ambizioni, concretizzate però grazie a un lavoro duro e sempre pianificato nel dettaglio». Un metodo scrupoloso, che non lasciava nulla al caso, e che gli permise di vincere anche tre Giri, in quell’Italia che Bernard ha sempre considerato come la sua «seconda patria». «Se non fossi entrato nella squadra, La Vie Claire – ha dichiarato Hinault sfogliando l’album dei ricordi – mi sarei sicuramente trasferito in Italia». Il trionfo al primo Giro fu nel 1980, ma dopo aver reso visita alla tomba di Coppi. Poi però il francese adottò l’unica strategia possibile: «Attaccare e dettare legge». Fin sullo Stelvio.

Rispetto

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«Gli italiani – spiega Hinault – erano ovviamente tutti contro di me, ma quando vincevo mi chiamavano campionissimo. Quel rispetto l’ho sentito soltanto in Italia». Così Hinault al Giro si impose pure nel 1982 e nel 1985, in accoppiata con la Grande Boucle. Quasi per logica, secondo il campione bretone: «Quando corri per vincere, vuoi vincere tutto e soprattutto le gare più belle, quindi pure il Giro. Fu una sfida, ma non impossibile, visto che mi ero preparato espressamente per centrare quell’obiettivo. Penso che la doppietta Giro-Tour si possa fare ancora, basta sapersi organizzare».

Senza paura

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Ambizioso, perfezionista, Hinault non aveva paura di niente e nessuno. Come quando mandava a quel paese i giornalisti che lo aspettavano a fine tappa, o prendeva in giro con qualche battuta un po’ triviale quei tifosi che gli chiedevano autografi senza la penna. O quando, da esordiente al Tour, nel ‘78 guidò lo sciopero dei corridori che scesero dalle bici per protesta contro gli orari delle tappe considerati troppo mattutini. Oppure come quando nell’81 bollò da iridato in carica la Parigi-Roubaix, appena vinta, come una «gara del c…». Dopo tra l’altro aver vinto anche la Liegi-Bastogne-Liegi a temperature polari, perdendo la sensibilità di due dita. Nell’84 invece prese a pugni un manifestante che con un gruppo di scioperanti aveva interrotto una tappa della Parigi-Nizza. Ma il Tasso sapeva spiazzare tutti anche lasciando vincere il Tour al compagno di squadra LeMond, nell’86, anno dell’ultima maglia gialla: «Nessun rammarico. Sapevo di poter vincere, ma gli avevo promesso l’anno prima che l’avrei aiutato». Insomma, il mito Hinault è anche questo: vincente, leggendario, anticonformista.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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