Viva Italia

Informazione libera e indipendente

Ammoniaca, usarla per i motori delle navi

Il co-firing con l’ammoniaca è una strada percorribile anche dalle centrali a carbone, che potranno così ridurre il loro impatto emissivo ed evitare la dismissione. Non dovranno nemmeno essere sottoposte a lunghe e costose modifiche: al di là della sostituzione di qualche bruciatore e dell’installazione di nuovi tubi, il grosso dell’impianto non viene toccato.

Il paese che sta puntando di più sulle centrali a carbone e ammoniaca è il Giappone, che non ha tanto spazio per le turbine e i pannelli e non vuole escludere nessuna tecnologia utile alla neutralità climatica (è il quinto maggiore emettitore di CO2). Dall’aprile 2023 la quarta unità della grande centrale termoelettrica di Hekinan inizierà a bruciare un mix di carbone all’80% e ammoniaca al 20%: si tratta della prima sperimentazione al mondo in uno stabilimento di grosse dimensioni, ma l’obiettivo del governo giapponese è arrivare a usare esclusivamente ammoniaca entro il 2050.

I costi e le carenze tecnologiche

Il piano ha tre ostacoli: il primo sono i costi di generazione elettrica delle centrali, che con una quota del 20% di ammoniaca salgono già del 24% rispetto a una combustione a tutto carbone. Il secondo è la termodinamica: l’energia necessaria a produrre l’ammoniaca sarà sempre maggiore dell’energia che questa potrà poi generare. Il terzo sono le emissioni generate a monte, ovvero dai processi per la produzione dell’ammoniaca, che impiegano combustibili fossili e che valgono da soli l’1-2% delle emissioni globali di CO2. Produrre ammoniaca “pulita” si può utilizzando l’elettricità ricavata da fonti rinnovabili, ma è costoso. Si tratta grossomodo delle stesse criticità dell’idrogeno, di cui tuttavia si riconosce il potenziale per la decarbonizzazione di industrie e trasporti non elettrificabili.

Stando alle elaborazioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2050 l’ammoniaca soddisferà il 45% della domanda di carburante del trasporto marittimo. Ma le tecnologie che dovrebbero permettere questa rivoluzione energetica – tra motori specifici, celle a combustibile ad ossido solido e sistemi di protezione: il composto è infatti corrosivo e altamente tossico – sono ancora lontane dalla maturità. La corsa industriale è comunque avviata, e coinvolge sia startup come la statunitense Amogy, finanziata da Amazon, sia aziende più strutturate come la finlandese Wärtsilä.

Le dinamiche geopolitiche 

Sul piano geopolitico, l’ammoniaca può permettere al Giappone di ritagliarsi una nicchia nella competizione tra Stati Uniti e Cina sulle energie pulite, che si gioca sulla diffusione di nuove tecnologie fotovoltaiche e nucleari.

Il Sud-est asiatico è una regione ancora parecchio legata al carbone e non in grado di sostenere da sola le spese di installazione dei parchi rinnovabili e di adeguamento delle reti. La co-combustione del composto nelle centrali a carbone può essere una soluzione adeguata al contesto. E infatti il Giappone si è prodigato per trovare sbocchi al proprio know-how, firmando accordi di cooperazione sull’ammoniaca con Singapore, Thailandia e Indonesia. Il conglomerato Mitsubishi, sostenuto dal governo, spera di ottenere un contratto di co-firing nella centrale indonesiana di Suralaya entro il periodo compreso tra il 2028 e il 2030.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *