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Allarme democratico a intermittenza

L’immagine, osservatelo Nicola Zingaretti: scamiciato, accaldato, vibrante nella mimica, adrenalinico. Le parole, ascoltatele, di questo discorso finale alla Festa dell’Unità di Modena. Esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buoni ragioni nel governo”, a “combattere il Covid”. Ed evidentemente, nella parola, così ossessivamente ripetuta, ci sono tante cose: un’esortazione reale, una tensione di chi vive il momento come una battaglia cruciale, una paura da esorcizzare.

La notizia, alla fine, è in un riflesso antico, la grande chiamata alle armi di fronte al pericolo democratico. Eccolo, il passaggio chiave: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che non è in gioco un’alleanza di governo che ora vi divertite a picconare o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”. È l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”.

E, in fondo, questo è il sottotesto neanche tanto implicito, chi critica la sinistra accusandola di governismo, subalternità ai Cinque stelle, chi ha armato tutta questa cagnara sul referendum, diciamolo, fa il gioco della destra, un po’ come i socialdemocratici, negli anni Venti, che favorirono l’ascesa del fascismo e, per questo, il Comintern li ribattezzò come socialfascisti. Quando invece, proprio in nome del pericolo, sarebbe opportuno votare i candidati del Pd, senza tanti distinguo.

Per carità, c’è la campagna elettorale. E, con essa, una certa comprensibile enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia. Però, in questo discorso, c’è qualcosa di più. Gli acuti di una lirica antica per coprire i rumori del presente, di questo presente. La prosa racconta di un pezzo di popolo, sensibile allo stesso modo a quei valori – la democrazia, l’antifascismo, la sinistra – che, sulla Costituzione, si sente libera di votare no. Che comunque ha un peso più grande della manifestazione sgangherata e mal organizzata a Santi Apostoli in una afosa domenica di fine estate. A proposito di tic e riflessi condizionati, anche da quelle parti qualcuno ha evocato il pericolo democratico, qualora dovesse vincere il Sì, con conseguente indebolimento del Parlamento.

La prosa racconta anche di un congresso del Pd sostanzialmente iniziato (vai alla voce: Bonaccini) e di un partito che si divide sulla riammissione o meno di quelli che hanno fatto la scissione, il che dà il senso di un percorso incompiuto. E la prosa racconta di un irrisolto sul terreno di governo: il “rimpasto”, il “tagliando” evocato dal vicesegretario del Pd Andrea Orlando, termini antichi che a stento celano la questione di fondo, il che fare, perché si è capito che il governo non è in discussione, ma, essendo fermo, andrà trovato un modo per rompere l’immobilismo e la confusione che lo avvolge.

Ecco, è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto, dove nel tutto ci sono anche segnali di una crisi di identità, è l’allarme della destra. Destra che era maggioritaria un anno fa quando fu fatto il governo ed un pericolo oggi, segno che l’esperimento le ha impedito la presa del potere ma non ne ha intaccato il consenso. L’acuto lirico, in definitiva, è utile a coprire uno scacco politico dell’oggi – il referendum, il governo che non riesce a imprimere una svolta al suo operato, un’alleanza mai trasformatasi in alleanza politica – e il tema di fondo. Perché poi, sulla questione democratica andrà aperto un dibattito, in un paese dove l’ultimo governo eletto dal popolo risale ormai a quasi dieci anni fa.

Resta da capire, il che non è un dettaglio, quanto, al netto del discorso di giornata, l’analisi sia foriera di conseguenze o si è di fronte a un allarme a intermittenza, che oggi c’è ma ieri non c’era. E domani chissà. Perché, se davvero il punto fosse questo, e cioè la democrazia a rischio sarebbe difficile tenere il giorno dopo il voto la linea Franceschini, e cioè il governo va avanti e non succede nulla. Se è fascismo, si va in montagna a combattere. Altrimenti si apre il dibattito sul perché non si riesce a riconquistare il consenso di quegli italiani che percepiscono il pericolo non come tale ma come un vettore di cambiamento. 

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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