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Afghanistan, lo schiaffo dei talebani: “Le donne non pratichino sport”

Mille passi indietro col ‘no’ del regime: “Niente cricket o altre discipline, sarebbero esposte”

L’Australia va pazza per il cricket. L’Australia attende che a dicembre e gennaio la nazionale maschile sfidi l’Inghilterra nelle “Ashes”, una delle rivalità più forti dello sport. L’Australia però ha un problema, perché a novembre dovrà giocare contro l’Afghanistan. E secondo la federazione internazionale, un “test nation” può avere questo status solo se schiera sia una Nazionale maschile, sia una femminile. Così l’emittente australiana Sbs è andata dal capo della commissione culturale dei Talebani, Ahmadullah Wasiq, per chiedere se l’Afghanistan continuerà ad avere una nazionale di cricket femminile. “Non credo che alle donne sarà permesso di giocare a cricket perché non è necessario che le donne giochino a cricket — ha risposto Wasiq —. Nel cricket potrebbero affrontare una situazione in cui il loro viso e il loro corpo non saranno coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così. Siamo nella era dei media, ci saranno foto e video. E poi la gente le guarderà. L’Islam e l’Emirato Islamico non consentiranno alle donne di giocare a cricket o di praticare un tipo di sport in cui vengono esposte”.

SIMBOLI OLIMPICI

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Le verità che si temono a volte escono fuori così, di sponda. Dunque, i Talebani vieteranno lo sport alle donne. La notizia è arrivata mentre ieri a Kabul le milizie degli studenti coranici hanno sedato a frustate e bastonate le manifestazioni contro un governo senza rappresentanza femminile. Difficile quindi aspettarsi qualcosa di diverso. Due settimane fa, durante le Paralimpiadi di Tokyo, aveva commosso il mondo la storia di Zakia Khodadadi, 23 anni, una ragazza della provincia di Herat che pratica il taekwondo. Il 17 agosto aveva lanciato un appello: “Mi sono allenata duramente per cinque anni per raggiungere il mio sogno e al momento non ho nemmeno la sicurezza della mia vita, figuriamoci di partecipare alla competizione. Non c’è nessuno in questo grande mondo che mi possa aiutare? Ho lavorato giorno e notte e fatto moltissimi sacrifici”. Parole, rilanciate anche dal New York Times, che avevano smosso le diplomazie fino a permettere — grazie ai militari australiani – di imbarcare Zakia e la centometrista Hossain Rasouli in un volo in uscita da Kabul il 28 agosto, in tempo per raggiungere il Giappone e partecipare alle gare. Un mese prima, durante la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici, l’Afghanistan aveva schierato come l’Italia due portabandiera, una donna e un uomo: Kamia Yousufi e Farzad Mansouri. La prima avrebbe poi gareggiato sui 100 dell’atletica, il secondo nel taekwondo. Dopo le competizioni, Kamia è volata in Iran. “Come risultato di tutti i nostri sforzi, tutti gli atleti dell’atleti dell’Afghanistan che hanno partecipato ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo 2020 si trovano all’esterno del loro Paese — ha detto ieri il presidente del Cio, Thomas Bach —. I due atleti degli sport invernali si trovano all’esterno del Paese e continuano ad allenarsi, sperando di qualificarsi per Pechino 2022. In salvo è anche il membro Cio, Samira Asghari”.

IL FILM SULLO SKATE

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Per le sportive che si trovano dentro i confini dell’Afghanistan il discorso è ovviamente diverso. Dal calcio al ciclismo fino al taekwondo, pur se frenato da mille vincoli culturali, negli ultimi due decenni lo sport al femminile in Afghanistan aveva fatto qualche passo in avanti. Nel 2019, il cortometraggio Imparare lo skateboard in una zona di guerra (se sei una ragazza) di Carol Dysinger aveva poi raccontato un progetto di scuola e sport in un quartiere difficile di Kabul. Germogli che ora rischiano di essere spezzati.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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