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Afghanistan, la morte a un passo dalla salvezza: l’incubo di Nadine bloccata a Kabul

Il rombo dell’esplosione l’ha completamente investita. Per un momento si è dimenticata chi era e dove fosse. Poi quando ha visto la mano della figlia che la teneva stretta, ha capito cosa fosse successo. A due passi dall’entrata dell’aeroporto, c’era stato un attentato. Ha controllato se fosse ferita. Ha controllato sua figlia, poi ha cercato lo zio che l’aveva accompagnata e non c’era. Intorno a lei, urla, sangue, panico. Decine di morti e feriti in agonia. Sangue sulla strada, sulla gente, sui vestiti. Grida di dolore e di disperazione. Poi ha visto lo zio, riverso nello scolo, morto.

Nadine era lì da ore, stanca, provata. Per mano teneva la figlia di 6 anni, cercando di farsi largo tra la gente ammassata da giorni. Standole dietro, le aveva fatto da scorta lo zio: l’aveva accompagnata verso cancello di Abbey Gate. La donna, 24 anni, aveva il permesso di partire con la bambina perché sposata ad un afghano in Italia da diversi anni. Lo zio invece, le avrebbe salutate e se ne sarebbe tornato indietro, in quella Kabul sprofondata in quel buco nero dal quale per vent’anni aveva faticosamente tentato di uscire.

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Mancava poco. Dall’altra parte del muro per Nadine c’era l’aereo che l’avrebbe portata da suo marito che non vede da sette mesi, lasciandosi alle spalle la sua vita, la famiglia e il Paese che conosceva. E invece nel giro di pochi secondi tutto è cambiato di nuovo. Dopo l’esplosione ha corso tirandosi dietro la bambina, si è nascosta, ed è rimasta ferma incapace di fare un passo avanti. Letteralmente.

Un attacco di panico durato ore. Ormai il cancello verso la sua nuova vita si era chiuso per sempre, ma la donna non riusciva neanche a camminare verso quella vecchia. Ha chiamato il marito disperata e lui – ancora più disperato e impotente – ha cercato aiuto in quella che è diventata una lenta ed estenuante lotta per capire come farla spostare da dove stava, trovare magari qualcuno per portarla a casa. I fratelli, entrambi ex militari dell’esercito afghano erano nascosti: non potevano uscire perché avrebbero messo a rischio loro stessi e lei, e così da 6000 km di distanza ha provato a lungo a far muovere la moglie paralizzata dalla paura.

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“Dille di respirare, di tenersi una mano sullo stomaco, di fare un passo per volta e di andare verso altra gente, di unirsi ad un gruppetto e di allontanarsi, che deve salvare la bambina, che le mamme sono forti”, gli ripetevano gli amici. Lei piangeva, lui la confortava. Alla fine, quando ormai era buio, la salvezza in una donna: si è avvicinata, ha capito la situazione, preso Nadine e la bambina e le ha accompagnate in ospedale, dove sono state tenute una notte in osservazione. Il giorno dopo hanno raggiunto casa. “Mia figlia e mia moglie stanno bene, lei ancora ha qualche difficoltà a parlare, ma spero che nei prossimi giorni si riprenda – dice ora il marito, in Italia – Ma non so più quando potremmo rivederci”.

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Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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