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“Addio al pesce fresco”. Occhio a cosa arriva sulla nostra tavola

I pescatori italiani continuano ad incrociare le braccia contro il caro gasolio. Con il prezzo del carburante che ha raggiunto 1,20 euro al litro da 0,60 uscire in mare è diventato proibitivo e le reti restano vuote. Il presidente dell’Associazione produttori pesca di Ancona, intervistato da Repubblica, fa il punto della situazione. Una giornata su una barca di 27 metri con 7 uomini di equipaggio può arrivare a costare dai 6 ai 7mila euro. Per lui il gioco, come si dice, non vale la candela, visto che il prezzo del pesce fissato nelle aste è al ribasso. “I nostri concorrenti non hanno questi costi: i greci pagano il carburante la metà di noi, come Spagna e Francia. E in Croazia possono pescare 24 ore al giorno”, dice allo stesso quotidiano.

E così mercati e ristoranti devono accontentarsi di prodotti che arrivano da lontano. E che sono spesso sinonimo di minore qualità rispetto a quelli nazionali. È sempre il reportage dello stesso giornale a descrivere il contenuto delle cassette scaricate ad Ancona: pesce proveniente da Tanzania, Vietnam, Seychelles. Per farlo apparire “fresco” dopo giorni e giorni di viaggio, assicurano gli addetti ai lavori, il pesce viene riempito di additivi e “polverine”. E può capitare anche che questi prodotti finiscano per essere spacciati come nostrani. A lanciare l’allarme è Coldiretti Impresa Pesca che stima come al momento nei mercati ittici otto pesci su dieci siano importati dall’estero. “Il pangasio del Mekong potrebbe essere venduto come cernia, l’halibut al posto della sogliola, lo squalo smeriglio come pesce spada”, e via dicendo.

Trovare prodotti di stagione provenienti dai mari italiani, come acciughe, sardine, naselli o spigole, è un miraggio. Insomma, in queste settimane di pesce appena pescato sui banchi delle pescherie e nelle cucine dei ristoranti se ne trova davvero poco. E la fregatura secondo le associazioni del settore potrebbe essere dietro l’angolo. Per questo, come spiega all’Ansa Fedagripesca, sono molti i ristoratori che, una volta esaurite le scorte di pesce abbattuto, scelgono di cambiare menù o addirittura di chiudere temporaneamente. Anche i prezzi si impennano con aumenti fino al 30 per cento per il consumatore finale. Le proteste, intanto, vanno avanti. Oggi a Roma in duecento si sono dati appuntamento a piazza della Repubblica per manifestare contro i rincari.

La delegazione di pescatori del comparto marittimo di Manfredonia, ricevuta dal sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, Alessandra Sartone, ha avanzato tre proposte: un prezzo fisso sul gasolio, con un tetto massimo di 70 centesimi, per poter tornare in mare da subito, l’aumento dal 20 al 50 per cento del credito di imposta e il blocco immediato dei mutui. “Quel miliardo e 200 milioni di euro stanziati dalla comunità europea per fare fronte all’emergenza delle aziende del comparto marittimo dovrebbe essere utilizzato per intervenire sul prezzo del carburante”, incalzano i pescatori.

Gli scioperi intanto vanno avanti ad Ancona, Chioggia, Bari, Manfredonia, Fiumicino e Torre del Greco. Il governo ha stanziato 20 milioni di euro per sostenere la filiera messa in ginocchio dal conflitto in Ucraina e anche a Bruxelles si lavora ad un’intesa sul rimborso dei costi aggiuntivi per l’acquisto del carburante attraverso il Fondo europeo per gli affari marittimi, pesca e acquacoltura. Dall’inizio della guerra sono andati persi 200 milioni di fatturato mentre i costi sono triplicati. Oltre al gasolio i rincari riguardano anche i materiali, come il polistirolo delle cassette. E poi ci sono gli stipendi dei dipendenti.

Bisogna fare presto secondo Antonio Porzio, presidente della cooperativa Beato Vincenzo Romano di Torre del Greco. Se i rimborsi arrivassero tra qualche mese, spiega all’Ansa, “sarà troppo tardi”. “Nel frattempo – aggiunge – i pescatori per continuare a lavorare si saranno indebitati”.

Fonte: news.google.com

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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