Viva Italia

Informazione libera e indipendente

Addio a Clerici, cultura e ironia: lo sport ringrazia il suo scriba

Giocatore a livello internazionale, ha esordito alla Gazzetta con Brera. Quel doppio imbattibile con Tommasi in tv

Gianni uno, Gianni l’altro. Abbastanza vicini per età. Non è stato un caso che Brera abbia di fatto aperto la carriera di Clerici, invitandolo a scrivere nella Gazzetta dei primi anni 50, e poco dopo portandoselo al “Giorno”. Il più anziano aveva capito che quel ventenne di buona famiglia, imbevuto di tennis, era fatto della sua stessa pasta. Un mix di cultura, amore per lo sport, e in particolare della sua tecnica, cinismo, talento di narratori. Chi ha provato ad imitarli, è scaduto nel ridicolo e nel patetico. Erano esemplari unici, non riproducibili: i geni si ammirano, non fanno scuola. Tanto più ai nostri giorni, quelli della smania di divorare notizie, senza la pazienza di assorbire il nettare degli dei dello sport. Servono, quei fenomeni, a marcare il tempo e l’epoca a cui appartengono.

Sciamano

—  

Con Clerici perdiamo lo sciamano che incanta gli incolti davanti al fuoco con le sue storie fascinose, o più semplicemente chi aveva la pazienza di raccontarci una favola quando avevamo l’età per ascoltarla. Per questo lo si amava, prima ancora di applaudirlo. E non vedevamo l’ora di leggere come quel tal giorno, vagando per i campi secondari di Parigi o New York, si fosse imbattuto nel talento degli allora sconosciuti Sampras o Evert o Borg, rivelandone l’esistenza ai confratelli della setta tennistica. Gli credevamo sulla parola. La sua produzione libraria, in gran parte dedicata al suo amatissimo sport, è uno scrigno di saperi, amorevolmente riportati alla vita. Del resto Gianni amava la storia e il racconto, molto più che la cronaca: ma nessuno sentiva la mancanza del risultato dopo aver letto un suo articolo.

Conservatore illuminato

—  

Era un po’ snob, certo, soprattutto per il marcato distacco da ogni altro sport, calcio in primis, ma spesso sembrava recitare con classe quella parte piuttosto che esserne schiavo. Ed era un maestro nel solleticare la nostalgia dei bei tempi andati, quelli dei completi bianchi, del pubblico silenzioso, del servizio-e-volée, ambienti e gesti irrimediabilmente perduti. Chi è nato nell’età dell’oro, del resto, attraversa il presente con una punta di disagio e vede il futuro come potenziale nemico. Dunque, dal punto di vista tecnico Clerici era un conservatore illuminato (come Brera, del resto, ancorato al suo amato catenaccio). Con i suoi più giovani colleghi, fra i quali sono stato anch’io, era tuttavia gentile e paziente nel sostenerne gli assalti sulle nuove scuole tecniche. Ricordo di averlo contestato perché aveva irriso Becker, che scoprì diciassettenne al torneo di Milano: “Ma quanto può essere stupido un ragazzo che pretende di prendere a pallate McEnroe?”. E così diventò un gioco fra noi telefonarci ad ogni turno superato dal tedesco, poche settimane dopo, prima al Queen’s e poi a Wimbledon. In realtà sapeva confinare i suoi gusti in una bolla di sentimenti personali ed è stato una guida impareggiabile nel descrivere l’evoluzione del gioco e interpretare i nuovi campioni, fino a Sinner. Sapendolo sofferente, m’ero commosso nel leggere, qualche mese fa, che l’altoatesino gli aveva fatto passare “una bella giornata”. Era un novantenne malato, ma sempre assetato di nuove racchette.

La televisione

—  

E poi la popolarità televisiva, naturalmente. Con Rino Tommasi, Gianni Clerici ha formato la coppia di telecronisti più popolare di ogni tempo. Insuperabile l’incastro fra il cronista-statistico Tommasi, implacabile nel suo rigore, e il divagatore un po’ distratto e sognante, che sapeva alleggerire le lunghe ore di game e set, con mezze battute, neologismi, trovate di ogni genere. A un certo punto è plausibile che i telespettatori si mettessero davanti alla tv più per sentire loro che per seguire Edberg o Federer. O quanto meno che le due offerte fossero alla pari. Anche questo è irripetibile. Tommasi aveva soprannominato il suo compagno “dottor Divago”, ma in realtà entrambi parlavano la stessa lingua di conoscenza profonda dello sport che raccontavano. Il pubblico capisce al volo la genuinità dell’entusiasmo e della competenza di chi è dall’altra parte del microfono. Abbiamo voluto bene a questo anziano signore, che ci apriva, senza pedanteria, tante finestre sulla vita più ancora che sullo sport: se non abbiamo saputo cogliere le occasioni per soddisfare le nostre curiosità, è solo colpa nostra. Grazie, Gianni.

Fonte: gazzetta.it

Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *