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2023, le scelte per il futuro

Nel 2023 il mio cuore batterà tra le stelle, ma sarà una macchina che lo farà batter più di te”. Era il 1970 quando Caterina Caselli si lanciava in previsioni sull’anno che sta per cominciare. Diciamo che non ci aveva azzeccato. I problemi di oggi non sono quelli di galleggiare nello spazio tenuti in vita da un pacemaker ma di salvaguardare quel che resta della nostra società umana e dell’ambiente che la ospita.
Il mondo dell’automobile è parte di questo problema e potrà diventare anche una parte della soluzione a patto che sappia rinnovarsi profondamente. L’anno che verrà sarà decisivo. Perché i tempi stringono e non si possono più rinviare scelte dolorose.

Il problema dei costi
La prima è quella dei costi. Con i prezzi delle materie prime in rapida crescita e quelli delle batterie sempre in salita, il nodo da sciogliere, almeno in Europa, è quello del 2035. Ha senso mantenere l’obiettivo della fine dei motori termici entro dodici anni? E se sì, con quali conseguenze?
Il rischio è che la mobilità privata, per tutto il Novecento fenomeno di massa, torni ad essere una prerogativa delle classi medio alte. Le cifre le fornisce uno studio di AlixPartners: il costo delle materie prime di un’auto tradizionale è in media, negli Usa, di 3.662 dollari. Quello di un’auto elettrica supera gli 8.200 dollari. Non c’è ragione per ritenere che quella differenza in Europa sia significativamente diversa. Anzi c’è da immaginare che con l’aumento della richiesta di mercato i prezzi dei metalli necessari a realizzare le batterie aumenteranno ancora. Tutti fattori che tendono a divaricare il mercato tra utilitarie tradizionali a basso costo e veicoli elettrici che nonostante gli incentivi diventano irraggiungibili per parti crescenti dei redditi medio bassi.

L’addio alle utilitarie
L’indiretta conseguenza di queste tendenze è quella citata da uno studio di Automotive news: “Gli alti costi di produzione e la crisi dei chip spingono i produttori europei ad accantonare la produzione di utilitarie concentrandosi sui Suv”. Davvero il 2023 segnerà l’inizio della fine per le utilitarie? Cioè il tramonto dei modelli simbolo della seconda metà del secolo scorso? Sarebbe un esito per molti aspetti imprevedibile. Perché ci si sarebbe aspettati che il passaggio dal motore termico a quello elettrico, più semplice da costruire e con molte meno componenti, avrebbe dovuto avere l’effetto inverso, quello della semplificazione dei processi produttivi e della riduzione dei costi. Tanto che da due anni a questa parte l’avvicinarsi della scadenza del 2035 ha già provocato notevoli riduzioni di personale nelle fabbriche di auto europee.

La parità dei prezzi
Un costo sociale molto alto che però avrebbe dovuto avere come conseguenza una riduzione delle spese per i costruttori. Riduzione che certamente c’è stata e ci sarà ma che non sarà sufficiente a compensare l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime per le batterie.
Rispetto alle previsioni di qualche anno fa la riduzione dei costi delle auto elettriche che si immaginava si sarebbe verificata, come sempre avviene, con l’aumento della produzione, è stata in realtà abbastanza lenta. Tanto che oggi non è realistico ipotizzare in tempi brevi il raggiungimento dell’obiettivo della parità di prezzo tra un’auto con motore termico e una con motore elettrico. Questo spiega anche perché la penetrazione sul mercato delle auto a batterie è più lenta del previsto. A giugno del 2022 in Europa le auto ibride a spina e quelle totalmente elettriche rappresentavano insieme il 18,7 per cento del mercato. Lo studio di Alix Partner sostiene che nel 2028 quella quota salirà al 44 per cento e nel 2035 sarà dell’83 per cento.
Gli analisti prevedono che nel 2023 il mercato mondiale delle quattro ruote sarà in ripresa dopo la flessione degli ultimi due anni legata agli effetti della pandemia. Ma gli andamenti delle vendite sono solo in parte influenzati dalla battaglia sulle motorizzazioni verdi che riguarda l’Europa e in parte minore il Nordamerica. Perché il prossimo anno le auto vendute nel mondo dovrebbero essere circa 87 milioni contro i 78 milioni di quest’anno. Ma un terzo di questi veicoli sarà venduto in Cina.

L’invasione cinese
Un’auto su tre vendute nel mondo è acquistata da un cinese. Si ipotizza che nel 2026 in quel mercato si supererà la soglia dei 30 milioni di pezzi venduti. Questo spiega perché l’Europa può decidere certamente i tempi della fine della produzione delle motorizzazioni fossili all’interno dei suoi confini ma difficilmente riuscirà a imporre politiche analoghe a un mercato che rappresenta il triplo delle immatricolazioni del Vecchio Continente. E che sembra andare in direzione contraria. In luglio il governo di Pechino, che pure negli anni precedenti aveva spinto e non poco sull’elettrificazione, ha scelto di defiscalizzare l’acquisto di auto di bassa cilindrata (sotto i 2 litri) con motore termico. Il cambio di rotta è legato alla necessità di sostenere le vendite in un mercato rappresentato per il 90 per cento dalle utilitarie. Così nell’anno che verrà la cara vecchia utilitaria che rischia di tramontare in Occidente potrebbe risorgere proprio a Est.

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Doroteo Cremonesi

Affascinato dal progresso, dalla tecnologia e dall'energia, amante delle automobili

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